Carlo Mazzacurati, il regista che inventò il cinema del Nordest
TRIESTE “Se sarà vera gloria lo sentenzierà il pubblico dei cinema: certo è che, qui alla Mostra di Venezia, ‘Notte italiana’ di Carlo Mazzacurati è stato il film che ha avuto in Sala Grande l’applauso più lungo e affettuoso”.
Nel settembre 1987 scriveva così su “Repubblica” Alberto Farassino, all’epoca docente di Storia del cinema a Trieste. Parlava della sorprendente pellicola d’esordio di Carlo Mazzacurati, del quale lunedì 22 gennaio ricorrono i dieci anni dalla prematura scomparsa.
“Notte italiana”, primo titolo prodotto dalla Sacher Film di Nanni Moretti, fu in effetti una vera rivelazione. Vinse il Nastro d’argento e impose all’attenzione della critica e del pubblico il nome di Mazzacurati.
Il trentenne regista padovano rappresentò in quel momento il capofila di una nuova leva di giovani autori che si sarebbero rivelati da lì a breve, come Francesca Archibugi, Daniele Luchetti, Mario Martone, Marco Risi, Gabriele Salvatores, Silvio Soldini, Giuseppe Tornatore, Paolo Virzì.
Il film, un anomalo e sobrio giallo tinto di commedia e ambientato nel Polesine, era sembrato a tutti un piccolo miracolo. Un originale segnale di rinascita del nostro cinema, all’epoca diviso fra il declino dei grandi maestri e la dittatura dei nuovi comici. Addirittura, quella “notte”, non sembrava neanche troppo “italiana”.
Sembrava strano infatti vedere all’epoca un nostro film ironico ma non grottesco, impegnato ma non arrabbiato, personale ma non ombelicale. In una parola, un film minimalista, ma ugualmente autoriale. Però finalmente più vicino, rispetto a opere abitualmente sopra le righe, a un sentire comune, a un’Italia reale. Si tiravano in ballo paragoni col cinema francese o tedesco, per un film che invece era soprattutto “padano” nel senso antropologico del termine.
A Mazzacurati si deve in effetti l’invenzione cinematografica del Nordest contemporaneo, confermata in seguito da film emblematici come “La lingua del santo” (2000) e “La giusta distanza” (2007). Fu lui a mettere in scena per primo le trasformazioni successive alla caduta del Muro in queste zone, lo scontro fra tradizioni e nuove identità di provincia, il controverso boom economico, la problematica interclassista e il tema montante dell’immigrazione.
La Trieste di Mazzacurati
E nel Nordest di Mazzacurati, avrebbe presto avuto un ruolo di rilievo Trieste, per la quale cambiò quasi tutto con il crollo dell’Unione sovietica tra gli anni ’80 e ‘90. La città divenne meno “frontiera”, e più punto d’incontro (o cassa di risonanza) per tutto ciò che riguardava l’Est Europa.
Con due film-viaggio degli anni ‘90, “Il toro” (1994) e “Vesna va veloce” (1996), in cui l’azione partiva dai dintorni (il primo) e dal centro di Trieste (il secondo), Mazzacurati aprì così la strada a un filone d’autore (Salvatores, Tornatore) di pellicole ambientate in questa città, che la descriveranno in maniera inedita, un simbolo proprio del nuovo Nordest.
Il punto di partenza di questo processo fu ”Il toro”, Leone d’argento a Venezia, in cui le scene iniziali erano girate sul Carso, nella stazione di bestiame di Prosecco. La storia è quella del viaggio oltreconfine in Ungheria di due disoccupati (Diego Abatantuono e Roberto Citran), per tentare di vendere un fenomenale toro da monta rubato. Dal traballante capitalismo italiano al socialismo in rovina, l’avventura metterà a dura prova i due ingenui protagonisti, fra echi di guerra, vagoni di profughi e faccendieri occidentali senza scrupoli.
Da questa esperienza, dai viaggi e dagli incontri per “Il toro”, Mazzacurati fece partire quasi subito il progetto di “Vesna va veloce” (1996). Pure presentato a Venezia, con Antonio Albanese al suo debutto, “Vesna” è un po’ “Il toro” alla rovescia. È il viaggio di una ragazza dell’Est (Teresa Zajickova), che arriva a Trieste in pullman con un gruppo di connazionali. Dopo gli acquisti ai Magazzini Giovanni, gli altri ripartono. Ma Vesna, attraente e laconica, si sottrae alla comitiva e decide di restare in Italia tentando l’avventura, senza soldi e senza meta apparente.
“Trieste è la porta d’ingresso in Italia - spiegò Mazzacurati – Questa è un’occasione per raccontare il paese da un’angolatura diversa dalla nostra”.
Un film su “come ci vedono gli altri”, scrisse Goffredo Fofi su “Panorama”. La Trieste nordestina di Mazzacurati perde così ogni precedente alone storico o letterario. La sua immagine diventa quella di una città “affollata di traffici stranieri, caotica, dalla nitida bellissima luce, luogo di condensazione dei fallimenti diversi dell’Est e dell’Ovest europei” (Lietta Tornabuoni su “L’Espresso”).
Il film incompiuto
Ma in quegli anni esiste anche un terzo progetto di Mazzacurati (mai realizzato) per un film a Trieste. Lo rivelò al “Piccolo” nel 2014 lo scrittore (e collaboratore del regista) Claudio Piersanti, che racconta di loro sopralluoghi in Carso e di una storia proposta a un produttore. La storia di un ex alpino (che doveva essere Mastroianni nel suo ultimo film), che vive a Trieste con la moglie (Virna Lisi) in una casa “in cima alla città”, la cui esistenza si mescola alla memoria della guerra in Russia. Un progetto “legato all’amore che Carlo aveva per Trieste, dove siamo venuti spessissimo a passeggiare”, ricordò Piersanti.