«Speravo de morì prima», Eugenia Costantini: «I sacrifici di noi mamme»
Eugenia Costantini si scusa. «Ho Anita con me», dice, «Sta giocando, è brava. Se dovesse fare i capricci, le metterò su un cartone animato». La bimba, però, non piange. Una sola volta, dall’altro capo del telefono, arriva un urletto. È dolce, il richiamo di un esserino che ad ottobre compirà due anni. «Ecco», ride l’attrice, che da madre si è trovata a interpretare un’altra madre. Eugenia Costantini, Cristina Burkstaller in Boris, è stata scelta come volto giovane di Fiorella Totti, «un’istituzione, a Roma». «Non sono tifosa, non sapevo chi fosse», ammette, «Quel che ho capito, lavorando a Speravo de morì prima, è che i romanisti la considerano una dea». Fiorella Totti, che negli anni non ha mai cercato di sovrastare la figura del figlio, quel Francesco Totti diventato leggenda, è la madre dell’ultimo re di Roma, protagonista con lui della serie che ne ricostruisce la carriera.
Speravo de morì prima, adattamento dell’autobiografia che Totti ha scritto insieme a Paolo Condò, su Sky dal 19 marzo. «La serie è un alternarsi di dimensioni temporali. C’è il 2016, l’anno in cui Totti ha dato l’addio al calcio, e ci sono i suoi ricordi di bambino. Io sono Fiorella Totti, così come la ricorda il Capitano. Monica Guerritore è Fiorella Totti nella sua versione più recente».
Come ha lavorato al personaggio della prima signora Totti?
«Purtroppo, non abbiamo potuto confrontarci con Francesco Totti. Ho cercato di affrontarlo come affronto qualsiasi altro personaggio, facendo ricerche. Ho letto il libro, cercato qualche sua foto su Internet. Ho chiesto alla miriade di romanisti che mi circonda, e ho capito che, benché discreta, è la donna che ogni vero tifoso conosce. Non credo sia possibile, approfondire la conoscenza. Non ha mai fatto parlare di sé al di fuori del figlio, è sempre stata discreta: una persona semplice rimasta tale».
Perché, allora, è considerata un’istituzione?
«In parte, credo sia una questione biologica. È la donna che ha dato la vita a Francesco Totti, il Capitano. In parte, credo sia per quel che Totti ha raccontato. L’impressione che ho avuto, leggendo il suo libro, è che lui la porti in palmo di mano».
Si spieghi.
«Nel libro, Totti dice bene quanto sia stata importante sua madre. E, quasi, viene da inchinarsi davanti a questa figura, davanti ai sacrifici che ha fatto per crescere i figli, per agevolare la carriera del giovane Francesco senza fargli perdere la scuola».
Di quali sacrifici parla?
«Gliene racconto uno, su tutti. Posso farlo, perché nella serie non ne abbiamo dato conto. Totti, nel suo libro, ricorda come la madre si impegnasse a memorizzare ogni sua lezione scolastica. La imparava, poi di ritorno dagli allenamenti, in macchina, gliela ripeteva, così che anche lui potesse incamerarla».
Fiorella Totti è la devozione di una madre nei confronti dei figli. Ma dove sta il giusto mezzo, tra la donna e la madre?
«Non so dirlo, con esattezza. Credo che ogni madre dovrebbe trovare un equilibrio tra il suo essere donna e il suo avere dei figli. Non è facile, però. Da neomamma, posso dire di aver sacrificato un buon 85% della mia vita per mia figlia. Anita non va al nido, non ho trovato una babysitter, ho rinunciato a dormire, sono sempre da sola. Ho una creatura, accanto, che ha bisogno di me e sento di avere forze inesauribili. Razionalmente, direi che nessuno si dovrebbe annullare, emotivamente, però, so che non c’è un giusto o uno sbagliato».
La questione maternità è al centro del dibattito politico. Si sente aiutata, da madre in Italia?
«Per niente, zero. Sento di vivere in un Paese che non aiuta le neomamme. Io ho percepito il Bonus Mamma Domani, ottocento euro una tantum. Diversamente da alcune mie amiche, però, non ho avuto diritto agli ottanta euro al mese del Bonus passato. Anita non è nata nel periodo giusto, pare. È molto dura, lo è ancor di più se non si hanno i nonni. Siamo parecchio indietro, e poi c’è un retaggio culturale fortissimo per cui si dà per scontato che le mamme debbano riuscire a farsi in quattro, ad arrangiarsi, mentre i padri tornano al lavoro dopo la loro settimana di congedo».
Un calvario, insomma.
«Se non sei ricco o non hai una famiglia che ti sostiene, sì. Io, poi, sono fortunata. Mia madre mi aiuta spessissimo. Lo scorso giovedì, ho avuto un appuntamento di lavoro e ho portato la bimba alla moglie di mio padre. Abbiamo tanti nonni, è la fortuna dei secondi matrimoni. Nella mia famiglia, tra nuovi mariti e nuove mogli, ci sono nonni doppi».
Sua madre è Laura Morante, suo padre Daniele Costantini. Anche loro, come Fiorella Totti, si sono sacrificati per la sua carriera?
«Non direi. Come famiglia, siamo molti diversi. Siamo sempre stati liberi di fare tutti quel che più volevamo, nel bene e nel male. Il mio percorso, io l’ho trovato da sola, e ci ho messo tanto a capire cosa avrei voluto fare. Ho fatto degli errori: una scuola di teatro sbagliata, un lavoro tenuto per testardaggine, la libraia. Non ho avuto pressioni. Forse, anzi, ho avuto troppa libertà».
Cosa intende?
«Siamo una famiglia poco istituzionale. Io non sono cresciuta con mio padre, ma con mia madre e il marito, in Francia. Tanti traslochi, tanti cambiamenti. Sono diventata grande poco inquadrata. Mi sono iscritta a Filosofia, ho fatto un esame in due anni e nessuno mi ha mai chiesto conto. Non mi sono sentita abbandonata, sia chiaro. Sono sempre stata amata. Semplicemente, i miei genitori hanno avuto un approccio diverso da altri genitori. Questo mi ha portata, alle volte, a fare scelte di cui poi mi sono pentita».
Avrebbe desiderato un maggior controllo?
«Non saprei. Ci ho messo un po’ a responsabilizzarmi, ma una volta grande ho avuto i miei benefici. Oggi, mi sento aiutata e supportata dai miei genitori, mi danno sempre buoni consigli. C’è un confronto paritario, adesso: parliamo la stessa lingua».
Come si è immedesimata, quindi, in Fiorella Totti?
«Facendo leva su un sentimento universale. Da neomamma, non ho potuto richiamare alla mente le stesse esperienze di crescita di cui raccontiamo nella serie. Anita è ancora troppo piccola. Però, credo che le madri siano accomunate da un amore, da un’esperienza universale. Ho ricercato quella».
Ed è riuscita a stare sul set nonostante gli impegni di neomamma?
«Sì, ho avuto la fortuna di poter continuare a lavorare senza grandi stravolgimenti. Ho fatto tutti i provini, tutti gli appuntamenti che avrei dovuto. Ho girato, questo e altro».
Cosa?
«Non posso dirlo, ormai parlare è un pericolo (ride, ndr). Però, posso dire che una cosa andrà al cinema, un’altra in tv. Inoltre, su RaiPlay, ha debuttato da poco una commedia molto bella, La tristezza ha il sonno leggero».
E per il film di Boris non è stata convocata?
«Boris… Boris penso che non lo so (sic). È un progetto, però, che a prescindere dal ritorno o meno di Cristina, mi sento di appoggiare con tutta me stessa. Gli autori, gli stessi della serie televisiva, sono ben consapevoli di aver deciso di rimettere mano su qualcosa che è diventato culto. Lo faranno con intelligenza e sensibilità, e faranno la cosa giusta».
I teatri, dove lei ha lavorato spesso, sono ancora chiusi. Come ha vissuto quest’anno?
«Queste chiusure mi danno un senso di angoscia. All’inizio, sembrava dovessero essere temporanee, ma ormai è passato tanto tempo, troppo. Credo sia assurdo che lo stato delle cose sia immutato, perché con i dovuti controlli i teatri potrebbero essere aperti. La questione relativa al blocco dei ristori, poi, va risolta. E mi dispiace nessuno ne parli, mi dispiace non ci sia coerenza, perché senza coerenza e chiarezza la classe politica perde credibilità. E, se la classe politica perde credibilità, la gente comincia a credere alle bufale, ai negazionisti».
Come ovviare al problema della chiarezza?
«Non sta a me dirlo, quel che so è che mi piacevano le conferenze di Giuseppe Conte, il suo parlare da uomo ad altri uomini. La classe politica dovrebbe parlare di più».
Hamilton, lo spettacolo di Broadway, è stato rilasciato su Disney+, con un successo incredibile di pubblico e critica. Il digitale può essere un’alternativa anche per il teatro?
«Non ho niente contro le riprese televisive, però non si può dire si tratti di teatro. Il teatro è una cosa viva, fatta in diretta, insieme ad un pubblico. È un dialogo continuo, tra spettatore e attore. La televisione è altro, e non si può uccidere il teatro così».