Il mondo che ci manca: Ambrogio Beccaria, «In mezzo all’Oceano a osservare le nuvole e i pesci»
In un momento in cui la mancanza del viaggio inizia a pesare sulla nostra capacità di sognare e guardare verso grandi orizzonti, in cui la curiosità verso il mondo non sa come sfamarsi, il desiderio di avventura e diversità è tenuto a bada da troppo tempo, siamo andati alla ricerca di storie di viaggio che aprano il cuore e lo spirito. Avventure di persone diverse, su diversi itinerari, racconti che ci permettano di vivere un pezzo di mondo in più. Per ognuno dei nostri ospiti la domanda è «Qual è il mondo che ti manca?» chiedendogli di portarci fino a là con i loro racconti. Per Ambrogio Beccaria, navigatore italiano classe 1991, il primo nella storia a vincere la Mini Transat, la mitica transatlantica in solitario su barche di 6,5 metri senza comunicazione con la terra, ovviamente è un tratto di mare, quello che ha attraversato con la sua prima regata in Oceano che l’ha messo davanti a tante prove, ma anche a moltissime sorprese, come quando si è trovato “faccia a faccia” con una balena.
«Faccio il navigatore e il mio non è un mestiere per cui si studia da piccoli… Succede e basta che lo diventi. Tutti fanno una scelta a un certo punto della loro vita. Puoi seguire la tua passione fino in fondo oppure puoi scegliere una vita e delle relazioni più stabili. Io a 19 anni ero un milanese innamorato della vela. Sono stato molto fortunato a trovare un istruttore che mi ha portato in giro per l’Italia a fare regate, mi ha fatto scoprire un altro mondo oltre a Milano…».
E un’altra dimensione oltre a quella della terraferma, fatta di acqua, vento, solitudine e incredibili creature.
«A luglio 2016, a 24 anni, ho comprato la mia prima barca da regata, una mini 6-50, una barca piccola, ma affidabile e mi sono iscritto alla regata SAS (Le Sables-Azzorre-Le Sables) che parte e arriva in Francia, concludendo la prima tappa alle Azzorre, in Portogallo (in questa regata Ambrogio si è classificato secondo, NdR). Mi aspettavo di navigare insieme a vecchi ricconi e invece erano tutti giovani: ho navigato in solitaria per 2.700 miglia (circa 4mila km, NdR) impiegando 7 giorni ad andare e 8 a tornare. È stata la mia scoperta dell’Oceano questo viaggio. Fino ad allora avevo poca esperienza. Anche di solitudine sapevo poco, sapevo che mi piaceva stare da solo per 2 o 3 giorni e quindi non ero spaventato. Sicuramente avevo meno paura di adesso, ora le traversate mi mettono più angoscia, in quel momento ero un po’ incosciente di quello che stavo per fare. Non è una cosa per forza negativa quando la voglia di scoprire è più forte dell’ansia… Con questo viaggio ho scoperto un mondo che non conoscevo».
Anche interiore, forse…
«Ci sono stati alcuni momenti che hanno segnato davvero il viaggio, rendendolo speciale. Il primo è stato il passaggio da Cap Finis Terrae in Spagna, un posto incredibile, molto complicato da navigare e che sancisce anche il momento in cui ti lanci dal mare nell’Oceano: in quel momento cambia la dimensione del viaggio. Hai un deserto limpido davanti agli occhi, si legge molto, ma viverlo è stato molto emozionante. L’incontro più potente che ho avuto, però, è stato con una balena enorme che a un certo punto mi sono trovato davanti alla mia prua. Mi sono bloccato dall’emozione, mi sembrava fosse a 1 cm dalla barca, invece era almeno a 200 o 300 metri di distanza… non sapevo cosa fare, invece lei si è immersa ed è sbucata a poppa, lasciandomi passare. È stato un insegnamento: c’è una buona dose di fato che non si può controllare quando si è immersi nella natura, ti fa capire chi “comanda” davvero in questo mondo. Ero in solitaria da tre giorni ed è stato un momento di potenza smisurata: quando si naviga da soli, quando si è soli in generale, i sentimenti sono più difficili da gestire, è complicato vivere le emozioni in maniera razionale, ma è assolutamente necessario farlo per mantenere stabile il morale.
C’è stato un momento verso la fine della navigazione della prima tappa molto difficile. Ero arrivato vicino all’isola Pico, una dell’Arcipelago delle Azzorre, che è un vulcano alto 3mila m e che i pescatori del luogo dicono si mangi il vento. E in effetti sono rimasto due giorni senza vento. Da una parte sono stato preso dall’isteria di voler arrivare al traguardo, dall’altro ero triste che stesse per finire… alla fine sono stati i due giorni più belli. Una lampuga, un pesce con il naso dorato, veniva a riposarsi all’ombra della mia barca: un evento banale era diventato carico di un’emozione fortissima… e poi le nuvole… in quei due giorni mi hanno ipnotizzato, stare a guardarle muoversi era un po’ come quando si sta a faccia in su a guardare uno spettacolo di fuochi artificiali».
Anche senza fuochi artificiali l’arrivo della prima tappa è una festa in cui i partecipanti si incontrano e, finalmente, si confrontano.
«Si scopre che ognuno ha vissuto i momenti e le esperienze in maniera diversa. Eravamo a Faial, un’isola di marinai ed ex cacciatori di balena. La terra era coperta di fiori e c’era un profumo fortissimo nell’aria. Passando così tanto tempo in solitaria non ero più abituato agli odori… in barca c’è solo il tuo di odore, non ci sono piante, fiori, animali e, se navighi da solo, nemmeno altre persone… e ti disabitui a sentire i profumi: arrivare qui è stata un’esplosione dei sensi. La seconda tappa, tornando verso Le Sabl è stata più dura metereologicamente. Il cervello cerca di eliminare i ricordi dei momenti duri e difficili e la prima parte del viaggio è stata la più bella perché è stato un viaggio di scoperta. Questo è viaggiare: scoprire».
Ambrogio Beccaria è stato uno degli ospiti del progetto La via selvatica, promosso da Cantina Ceretto e curato da Matteo Caccia: 12 appuntamenti, uno al mese, con persone con diverse professionalità che parleranno del loro lato selvatico. Ognuno di essi racconterà cosa lo spinge a fare quello che fa e cos’è la selvaticità dal loro punto di vista.
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