Emma Watson: «Indovinate con chi sto?»
L’articolo completo è pubblicato sul numero 4 di Vanity Fair in edicola dal 22 gennaio 2020.
Emma Watson e io siamo sedute con le ginocchia che si sfiorano su un morbidissimo divano nella Royal Suite dell’hotel Savoy di Londra. Mi ha dato il benvenuto con un abbraccio affettuoso e subito abbiamo chiesto che la stanza venisse sgombrata, per poter parlare più liberamente. Non ci siamo riuscite: nascosti dietro un muro di luce, ci sono ancora almeno una dozzina di assistenti, stylist e operatori che ci filmano, immobili e silenziosi, come gli antichi cupidi in bronzo sulla mensola del camino. Eppure Emma sembra sentirsi a proprio agio. Immagino sia così perché vive sotto ai riflettori da sempre.
L’infanzia della Watson è ormai nota: nata a Parigi da genitori avvocati, trascorre i suoi primi cinque anni in Francia. A sei frequenta la Dragon School di Oxford e prende lezioni di recitazione nella sede locale dello Stagecoach Theatre Arts. È determinata a diventare attrice fin da allora, molto prima, quindi, dell’audizione che le cambierà la vita per sempre: quella per Hermione Granger nella saga di Harry Potter. Aveva nove anni quando, nella palestra della scuola, è stata selezionata fra un gruppo di aspiranti attrici. «Quello che mi è successo è davvero strano e ha dell’incredibile», afferma con il caratteristico accento britannico, alludendo, non per la prima volta durante la nostra intervista di due ore, alle difficoltà causate dal fatto di crescere e vivere come personaggio pubblico.
Vent’anni dopo, quella diva bambina è una delle attrici più quotate nonché una delle attiviste più celebri al mondo. Ultimamente, Emma ha usato la sua fama e il grande seguito internazionale per reinventarsi, trasformandosi in una donna in grado di toccare i cuori e le menti su temi che spaziano dalla parità di genere alla sostenibilità. È stata una pioniera nella lotta per la moda etica e, tutt’oggi, promuove la causa di Good on You, una campagna che informa i consumatori sui marchi di abbigliamento sostenibile. L’attrice usa la relativa app per valutare i brand in base ai metodi di produzione e sceglie i capi dei suoi look a seconda del loro impatto ambientale: l’ha usata anche per questo servizio fotografico, scattato nel Bushy Park di Londra.
Nel 2014, la Watson è stata nominata Goodwill Ambassador (ovvero ambasciatrice di buona volontà) nell’ambito del progetto UN Women delle Nazioni Unite e ha lanciato l’iniziativa HeForShe, volta al coinvolgimento degli uomini sulla promozione della parità di genere. Nel 2018, sulla scia delle rivelazioni emerse in seguito al #MeToo, ha donato un milione di sterline alle vittime di abusi e molestie sessuali. Subito dopo, sempre per la stessa causa, ha lanciato una linea telefonica di assistenza legale in Inghilterra e Galles. Parlando del suo ruolo di attivista aggiunge: «Non mi sento a mio agio ad avere tutta questa visibilità, preferirei discutere di politica e giustizia sociale».
Indossa una maglia nera oversize con cuciture bianche di Alexander McQueen. Il taglio corto che sfoggiava a vent’anni ha lasciato spazio a una chioma castana e ondulata. Ha sempre ammesso di non amare particolarmente le interviste, tuttavia è loquace, gentile e cerca il contatto fisico nei momenti di forte emozione.
Ci siamo conosciute un paio d’anni fa, durante un incontro di attiviste in cui era palese il suo desiderio di ascoltare e imparare dai percorsi di vita delle varie partecipanti. In quell’occasione mi fece molte domande sulle mie esperienze come donna transessuale. La sua empatia mi ha colpita – anche se in fondo il lavoro degli attori consiste nell’immedesimarsi negli altri –, ho ammirato il tempo che dedicava all’approfondimento di storie molto differenti dalla sua e ho apprezzato in modo particolare l’attenzione e la cura che metteva in ciò che diceva: «Devo entrare in sintonia con persone che condividono momenti difficili».
In questi giorni è uscito Piccole donne, in cui la Watson interpreta il ruolo di Meg (Margaret) March. Diretto da Greta Gerwig, che in passato ha ottenuto una nomination agli Oscar come miglior regista per Lady Bird, questo adattamento del classico americano di Louisa May Alcott ha tutte le carte in regola per conquistare i millennials, grazie a un cast di attori del calibro di Saoirse Ronan, Timothée Chalamet, Laura Dern e Meryl Streep. Non poteva esserci progetto più adatto a Emma, poiché il film riunisce molte delle sue passioni: la letteratura (il bookclub femminista da lei lanciato, Our Shared Shelf, il nostro scaffale condiviso, vanta oltre 420 mila follower su Instagram), il cinema e l’approfondimento delle tematiche riguardanti l’identità di genere.
Meg è la maggiore e la meno progressista delle sorelle March e incoraggia le altre a diventare «piccole donne». La scelta della Watson per questo ruolo è quanto meno singolare, dal momento che il personaggio è stato criticato per anni per la sua limitata libertà di pensiero. «Eppure, Meg ci ricorda che ci sono modi diversi di essere donna. Ho una teoria: Louisa May Alcott nella vita reale aveva molte sorelle, ma penso che abbia messo anche una piccola parte di sé in ognuna delle March. È stato un ottimo stratagemma letterario per far emergere che non c’è un unico modo di essere femministe, un preconcetto, questo, contro cui stiamo ancora lottando».
Si infervora parlando dell’argomento: «Per Meg essere femminista significa compiere una scelta, e credo che sia proprio questo il significato più profondo di “femminismo”. Lei decide di essere madre e moglie a tempo pieno. Per Jo, invece, il matrimonio equivale a una specie di condanna alla prigionia. Ma Meg le spiega: “Sai, lo amo, sono davvero felice e questo è ciò che voglio. E il fatto che i miei sogni siano diversi dai tuoi non significa che siano meno importanti”».
(continua…)
Foto: Alasdair McLellan
Servizio: Poppy Kain