La storia diventerà leggenda: e io sarò un po' più solo...
Se non fosse per quella tua espressione affranta – prima ancora che delusa –, per quei tuoi occhi che quasi abbassavi come a volermi implicitamente chiedere scusa – di cosa, poi? –, se non fosse perché ancora rammento la rassegnazione nella tua voce otto giorni dopo quando per l'ultima volta commentammo insieme una sconfitta – la terza di fila di una seconda stagione sciagurata –, se non fosse per quelle istantanee che ancora rimangono impresse come cicatrici sul negativo del mio cuore, no, io non avrei ricordato. Non l'avrei fatto.
E non l'avrei fatto se non fosse stato per il bacio di Di Vaio alla sua fascia di capitano del Bologna dopo aver trafitto per la seconda volta Storari, se non fosse stato per Gattuso che violava l'Olimpico con un tiro scoccato di poco fuori dalla nostra area di rigore (loro due, proprio loro due, che tredici anni prima ci avevano tramortiti di emozioni e di lacrime sugli spalti dell'Arechi), beh, se quell'otto marzo del duemilaundici non te ne fossi andato così, all'improvviso, oggi la storia miracolosa del sesto scudetto consecutivo della Juve, non sarebbe stato altro che l'ennesima condivisione tra me e te. Condivisione di gioia, tra noi due. Finalmente, e ancora, e ancora. Satolli, sbronzi, euforici. Ma nulla più, null'altro se non questo: un padre e un figlio che esultano per i successi della loro squadra del cuore.
E invece la nostra storia coi colori, il bianco e il nero, che tu mi hai insegnato ad amare, ha un prima e un dopo netto, inequivocabile, esiziale: perché da quel giorno di fine inverno ho guardato ogni singola azione di gioco pensando a quanto fossi stato felice se l'avessi vista anche tu. Immaginando la tua gioia nel sedere per la prima volta allo Stadium. Sognando, letteralmente sognando, il tuo petto in fuori al lunedì mattino quando saresti andato al bar degli interisti finalmente tronfio (ah, quante volte avevi dovuto invece ingoiare bocconi amari...). Ma soprattutto pensando a quale giocatore avresti amato più degli altri: perché era dei gladiatori nell'arena che amavamo disquisire, e son cinque di loro che ancora mi tengon disperatamente unito a te.
Tu li hai visti, sì li hai visti indossare la nostra armatura sul campo di battaglia: Buffon era per te la certezza, fidato come lo sono i propri genitori per un bimbo, e mai avresti messo in dubbio la sua immensa dedizione; Chiellini faceva al caso tuo, perché in fondo ti eran sempre piaciuti i giocatori senza fronzoli e ricordo ancora lo sperticare di lodi dopo le tenzoni con l'Ibra nerazzurro; Marchisio lo consideravi ancora acerbo e stavi aspettando paziente di vederlo esplodere definitivamente; Bonucci ti convinceva poco e a nulla servivano le mie rassicurazioni sulla bontà delle sue doti tecniche; infine l'ultimo arrivato, quel Barzagli che già cominciavi ad amare dopo la gara gagliarda contro l'Inter, quella del gol di Matri su cross basso di Sorensen.
Loro cinque, tutti italiani, tutti meravigliosi, non lo sanno: non sanno che rappresentano il nostro fil rouge che consente alla mia vista bicromatica di introiettare il tuo sangue rosso sulle mie retine, come nella creazione di Adamo michelangiolesca dove nella microscopia di un contatto risiede la vita, e loro, semplicemente essendo loro stessi, soffiano sulla nostra storia, la storia di un padre e di un figlio che hanno amato e ancora amano la loro Juve. Fino alla fine, fino a quando l'ultimo di quei cinque eroi svestirà la nostra divisa. Quel giorno – quel giorno sì! – la storia per noi diventerà leggenda, e io sarò un po' più solo.