Cuoco, scrittore e volontario: quando si sceglie davvero da che parte stare si perde sempre qualcosa
Qualche tempo fa mi sono messo in testa che della mia vita volevo fare qualcosa che valesse la pena di essere ricordato. Qualcosa di più. Qualcosa che lasciasse un segno. Ho scollinato, ho passato i cinquanta, e quindi il tempo delle cazzate è finito.
Due passioni nella vita. Una sempre esplicitata, l’altra sempre tenuta nascosta. La prima sono le belle donne, la seconda la scrittura. Ma dato che sono felicemente sposato da poco meno di trent’anni, le belle donne le guardo da lontano e mi dedico solo alla mia, che è bellissima. La scrittura invece me la sono tenuta dentro per anni, quasi come una cosa privata, mia soltanto.
Poi, a un certo punto, ho pensato che fosse arrivato il momento di rendere partecipe il resto del mondo di quello che avevo nella testa. Così ho iniziato a recuperare tutti quei frame, tutte quelle immagini, quei ricordi, quei pensieri che mi giravano dentro da una vita. Li ho messi nero su bianco. Li ho scritti. E alla fine ho realizzato il mio primo libro. Sabato 16 sarò al Salone Internazionale del Libro di Torino e questa cosa mi rende molto, molto, molto felice.
Parallelamente è iniziato anche un altro percorso. Quello che mi ha portato a guardare gli ultimi senza voltarmi dall’altra parte. A fermarmi davanti a chi dorme sopra un cartone invece di accelerare il passo. A distribuire pasti, a portare conforto, a provare a restituire un minimo di dignità a persone che spesso vengono considerate invisibili. Non per fare il benefattore, non per sentirmi migliore degli altri, ma semplicemente perché a un certo punto della vita bisogna decidere da che parte stare. E quando si decide, si paga anche un prezzo. Questa scelta ha avuto un costo, anche economico, che si è riflesso sulla mia attività lavorativa.
Perché, nell’immaginario dell’uomo comune, dato che faccio il cuoco, devo per forza essere ignorante, ladro, evasore e fascista, invece sono comunista, onesto e non sfrutto nessuno. E quindi scatta subito la domanda: “Ma come si permette questo qua, che lavora con le mani, di voler fare lo scrittore e di darci pure fastidio insolentendoci costantemente?”.
Questa cosa ha dato fastidio a qualcuno. Sia nella cerchia stretta, sia in quella più allargata. Nella cerchia ristretta alcune persone si sono perse per strada, sono man mano scomparse. Questo continuo parlare di diritti, di interventi, di dignità, evidentemente ha annoiato, ha scocciato, ha creato distanza.
Nella cerchia più ampia, invece, le critiche non sono mancate. E le critiche, di solito, arrivano da chi sente minacciato il proprio territorio, oppure da chi si sente a disagio davanti a qualcosa che non fa. E invece di condividerla, la osteggia. A volte in modo impudente, in alcuni casi persino volgare. Una volta ad esempio, mentre portavo da mangiare a un uomo sdraiato sopra un cartone, una signora anziana, elegantissima e impellicciata, mi disse: “Lei come si permette di dare da mangiare a queste persone? Lo sa che mi abbassano il valore catastale dell’immobile?”.
Ecco, arriva un momento nella vita in cui bisogna decidere cosa voler essere e avere anche il coraggio di renderlo pubblico.
Le mie passioni le ho trasformate in una missione. A parte quella per le belle donne, perché lì, come già detto, sono felicemente appagato.
Ho intenzione di continuare a scrivere. E ho intenzione di continuare anche questa mia attività, che non considero beneficenza. La beneficenza spesso serve più a pulire la coscienza di chi dà che ad aiutare davvero chi riceve. Questa la considero redistribuzione. Restituzione di dignità. Per chi la vorrà accettare.
Perché, come già detto tante volte, non devo salvare nessuno, non sono un supereroe.
Ora, detto ciò, se al lettore ciò che ho scritto provoca disagio, irritazione e disgusto, il problema non è mio, il problema è di chi legge. E come ho già detto, arrivati ad un certo punto della propria esistenza, su questo granello di sabbia che galleggia nell’universo, bisogna scegliere cosa fare, da che parte stare, io ho scelto di stare da questa parte. A voi il resto. A voi la vostra personale scelta. Non si obbliga nessuno, si cerca solo di far aguzzare la vista, si cerca solo di stimolare una riflessione.
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