A pesare è soprattutto il conflitto in Medio Oriente, che secondo il Fondo può tradursi in un ulteriore aggravio dei conti pubblici attraverso più canali: aumento dei prezzi di energia e alimentari, condizioni finanziarie più restrittive (le banche centrali “rischiano di soffocare la crescita se rialzano i tassi troppo rapidamente”, ha sottolineato Georgieva), rallentamento dell’attività economica e crescita delle spese per la difesa. In uno scenario di guerra prolungata, il debito globale a rischio potrebbe aumentare di altri 4 punti percentuali. Non è però l’unico fattore di vulnerabilità. Il Fondo segnala anche il rischio di una correzione degli asset legati all’intelligenza artificiale: un calo del 20% delle azioni statunitensi, con effetti di contagio finanziario globale, farebbe salire il debito a rischio di ulteriori 2,4 punti percentuali. A questo si aggiungono le spinte protezionistiche e la frammentazione geoeconomica, che stanno inducendo i governi a moltiplicare sussidi industriali e misure di sostegno al commercio, con effetti incerti sulla produttività e sulla sostenibilità dei conti.
Il dato strutturale resta però la traiettoria del debito. Nel 2025 il debito pubblico globale ha raggiunto quasi il 94% del Pil e, in base alle politiche attuali, è destinato a toccare il 100% entro il 2029, un livello che si era visto solo all’indomani della Seconda guerra mondiale. Il problema, sottolinea il Fondo, non è solo il livello ma il fatto che il margine di sicurezza si è praticamente azzerato: il divario tra saldo primario previsto e quello necessario a stabilizzare il debito è sceso da oltre l’1% del Pil di dieci anni fa a quasi zero oggi. In questo contesto, la guerra rappresenta uno shock fiscale globale ma con effetti molto differenziati. I paesi importatori di energia, soprattutto quelli a basso reddito, sono i più esposti, mentre i benefici per gli esportatori risultano più limitati rispetto alle crisi passate, anche perché alcuni grandi produttori del Golfo sono direttamente coinvolti nel conflitto.
Per l’Italia, il Fondo traccia un quadro di graduale ma fragile aggiustamento. Il deficit è previsto al 2,8% del Pil nel 2026, in calo al 2,6% e poi al 2,4% negli anni successivi, mentre il debito continuerà a salire nel breve periodo: dal 137,1% del 2025 al 138,4% nel 2026 e al 138,8% nel 2027, prima di una lieve inversione nel 2028. Le raccomandazioni sono quelle già note ma rese più urgenti dal contesto: razionalizzare le agevolazioni fiscali, migliorare l’adempimento e legare il consolidamento dei conti a politiche pro-crescita, a partire dagli investimenti del Pnrr.
Sul fronte delle misure anti-crisi, il Fondo mette in guardia in modo esplicito. I sussidi energetici generalizzati e i tagli alle accise “non sono lo strumento più adeguato: distorcono i segnali di prezzo, sono onerosi dal punto di vista fiscale, hanno un effetto regressivo e sono difficili da eliminare”. L’indicazione, ribadita dal direttore del dipartimento fiscale Rodrigo Valdés, è di intervenire se necessario con misure temporanee e mirate alle fasce più vulnerabili, privilegiando dove possibile la riallocazione della spesa.