Non si tratta di tifare per Trump o il Papa. Il tema è quale idea di potere possiamo accettare
Nella situazione di grave crisi che attraversa le democrazie nel mondo occidentale, che si accompagna all’incapacità di governare la complessità dei problemi, c’è una linea sottile che separa la durezza della leadership dalla sua degenerazione. Quando il linguaggio politico si carica di invettive, semplificazioni estreme ed accuse che sfiorano il delirio, non siamo più nel campo della dialettica e della contrapposizione politica, ma in quello di una comunicazione che tradisce un rapporto problematico con la stessa realtà. Le incredibili esternazioni di Donald Trump contro Leone XIV, accusato di essere “debole sul fronte della criminalità e pessimo nella politica estera”, per cui “dovrebbe darsi una regolata…“, non sono soltanto offensive e politicamente inaccettabili, perché espresse contro la più alta autorità morale nel mondo. Sono il sintomo di un metodo politico che, da tempo, ha smarrito il senso del limite.
Sarebbe gioco facile scomodare implicitamente categorie che hanno a che fare con la psichiatria, come chiave interpretativa del comportamento di un un personaggio pubblico: si badi bene, non di un leader qualsiasi, ma dell’uomo più potente al mondo.
Tuttavia, occorre prendere atto di una dinamica evidente, caratterizzata dall’iperbole costante, dall’uso dell’insulto come strumento ordinario e dalla costruzione di narrazioni che deformano la complessità, fino a renderla irriconoscibile e ad ingenerare disorientamento. In questo schema, la realtà non è più un vincolo, ma un materiale da piegare alle esigenze immediate del consenso. Ed è qui che il linguaggio diventa rivelatore e la violenza verbale, nonché il ricorso sistematico alla forza, evocata ed anche praticata, diventano espressione non solo di prepotenza ed arroganza ostentate, ma anche una maschera, che assume le sembianze esteriori di una forza invincibile. La stessa maschera però finisce per coprire un dato più profondo: l’incapacità di governare problemi complessi con strumenti adeguati.
La crisi geopolitica contemporanea, di cui la guerra in Ucraina, il conflitto tra Israele e Gaza, gli attacchi al Libano ed all’Iran sono solo le manifestazioni più preoccupanti, richiede visione, pazienza, costruzione multilaterale di soluzioni. Ridurla a una sequenza di atti di forza significa non comprenderne la portata. Ed è pura illusione ritenere che nel breve periodo questa impostazione possa produrre risultati.
Il leader politico forte, che alza la voce, che promette soluzioni rapide, che individua nemici e li colpisce simbolicamente o concretamente, intercetta paure diffuse e offre risposte semplici. È una dinamica nota, quasi archetipica, che esprime una vittoria effimera. Ogni scorciatoia imboccata oggi si trasforma in un nodo più difficile da sciogliere domani.
La storia recente lo dimostra con drammatica evidenza. Le crisi contemporanee sono nate proprio dall’assenza di diplomazia e di dialogo. Ogni volta che il diritto internazionale viene aggirato o violato in nome dell’urgenza, si apre una frattura destinata ad allargarsi. Ogni volta che la forza sostituisce la mediazione, il risultato finale fa registrare macerie materiali e politiche, ma anche centinaia di migliaia di morti, soprattutto nella popolazione civile. Il problema non è soltanto etico, ma strategico e, quindi, politico.
Una visione miope, centrata sull’immediatezza e sul vantaggio personale o elettorale, finisce per compromettere la stabilità complessiva. Gli equilibri globali non si reggono sulla paura, ma su una rete, spesso fragile, di riconoscimenti reciproci, di regole condivise, di compromessi imperfetti. Smontare questo sistema senza avere un’alternativa credibile significa esporsi a un caos che nessuna potenza, per quanto forte, è in grado di controllare.
In questo quadro, la contrapposizione frontale di Trump con Leone XIV appare ancora più netta. Non solo per via di una superiorità morale del Papa, che appare sin troppo evidente, ma anche per una differenza radicale di metodo. Da una parte, una politica che utilizza il conflitto come linguaggio primario; dall’altra, una voce che richiama alla pace, al dialogo, alla responsabilità collettiva. Una voce che si rifà ai valori del Vangelo e che, proprio per questo, parla a credenti e non credenti, oltrepassando confini e appartenenze.
Ed alla fine c’è un paradosso, che è solo apparente: mentre la politica più aggressiva rivendica forza, finisce prima o poi per manifestare una profonda fragilità sul piano della visione. Quella che appare un’autorità priva di strumenti coercitivi, invece, riesce a mantenere uno sguardo lungo, capace di tenere insieme l’immediato ed il futuro. Il punto, allora, non è scegliere tra due figure, ma interrogarsi su quale idea di potere vogliamo accettare. Se quella che si impone gridando, semplificando, colpendo e lasciando dietro di sé un mondo più instabile, oppure quella che, con pazienza e fatica, prova a costruire le condizioni di una convivenza possibile.
Perché alla fine è questo il discrimine: non chi vince oggi, ma quale mondo resta e ci aspetta domani.
L'articolo Non si tratta di tifare per Trump o il Papa. Il tema è quale idea di potere possiamo accettare proviene da Il Fatto Quotidiano.