Il paradosso delle pallottole fornite dall’Italia usate contro gli italiani: la rottura con Israele e quel senso del limite superato
Assistere silenti al genocidio dei gazawi aveva certamente un costo politico alto, ma che il governo italiano poteva permettersi di pagare contando su una maggioranza forte sia in Parlamento che nel Paese.
Assistere silenti alle cannonate israeliane contro i soldati italiani dell’Unifil di stanza in Libano sotto l’egida Onu è invece un prezzo che Giorgia Meloni non può permettersi più, giacchè le condizioni politiche nel Paese sono notevolmente cambiate dopo l’esito referendario. Quelle cannonate sono poi la prova di un paradosso inaccettabile: gli israeliani sparano ai soldati italiani anche con i sistemi d’arma italiani, con le pallottole che le fabbriche italiane forniscono – grazie all’accordo ora sospeso – all’Idf, l’esercito di Tel Aviv.
La premier è costretta dunque a una torsione politica rilevante, che l’opposizione commenta come tardiva, e la decide perchè l’amicizia con Nethanyahu si sta rivelando, dopo quella con Trump, costosa al punto da ritenersi evidentemente non più sostenibile.
I rapporti con Tel Aviv negli anni si sono fatti larghi e profondi, i legami commerciali cospicui e duraturi e nel Parlamento italiano si è fatta strada una fiera e composita area di sostenitori non solo dell’amicizia ma della politica israeliana, confidando nella grande capacità di quell’esecutivo di gestire e dominare la crisi mediorientale.
Il passo indietro di Meloni non è ancora una retromarcia ma la voglia di ritrovare una connessione con l’opinione pubblica, divisa fino allo sconcerto per la durezza delle misure belliche e la convinzione che oltre la guerra non esista per Israele altro orizzonte.
Questa scelta del governo italiano deve però anche allarmare Tel Aviv e la chiama a interrogarsi sul senso del limite della propria azione militare: fin dove e fino a quando potrà reggere l’idea che con gli arabi ci sia spazio soltanto per le pallottole.
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