Valentin Vacherot non è più una favola. E può diventare lo sportivo più importante di Montecarlo
L’edizione 2026 del Rolex Montecarlo Masters resterà nella storia. Non soltanto per merito di Jannik Sinner e del primo trionfo di rilievo sulla terra. Anzi, per i monegaschi, questo è un fatto secondario. A rimanere impressa a fuoco nel cuore degli abitanti del Principato (anche se solo 10.000 circa sono nativi a tutti gli effetti) sarà la settimana da sogno di Valentin Vacherot. Parlare di favola, visto che è entrato anche tra i primi 20, sarebbe inopportuno. Ma il termine magia, con due top 10 battuti, tre vittorie su quattro al terzo set e una semifinale persa a testa alta contro Alcaraz, non è buttato lì per caso.
“Preferisco vincere Montecarlo che uno Slam”, aveva detto il n.17 del mondo, che già rivaleggia con Leclerc per il ruolo di sportivo più importante per il Principato di Monaco. Manifesto di affezione, gioia, e quasi ancora incredulità in un percorso che non sarebbe potuto essere più inaspettato. Ricordando, però, che non è tutto oro quel che luccica.
Una favola…italiana?
Già, l’impennata di carriera di Vacherot, che di questi periodi un anno fa era n.214 del mondo, è legata a doppio filo all’Italia. E per la precisione a Luca Nardi. A Shanghai il monegasco era infatti fuori di uno dal tabellone di qualificazioni, il pesarese era nel tabellone principale. Fino a pochi giorni dall’inizio del torneo, quando diede forfait permettendo a Vacherot di entrare nel tabellone cadetto. Da lì, sono iniziate le due settimane più incredibili della sua carriera. Che hanno poi portato Valentin alla clamorosa finale contro il cugino Rinderknech, vinta riscrivendo la storia del tennis, e diventando il giocatore con la più bassa classifica di sempre a vincere un 1000.
Di fatto negando una gioia che probabilmente sarà introvabile a colui che lo aveva introdotto nel tennis di un certo livello. Vacherot infatti, pur allenandosi spesso con grandi giocatori essendo presenza fissa al Montecarlo Country Club, non era ancora inquadrato in un reale progetto. Finché Steve Denton, coach per il tennis all’università Texas A&M, non andò a vederlo ai campionati juniores francesi in quel di Le Mans. Su consiglio proprio di Rinderknech, già allievo di quel college. Bastò poco per portare anche il giocatore del Principato oltreoceano. Molto acerbo, alto ma poco sviluppato e con enormi margini di miglioramento dal punto di vista tecnico, non sembrava avere niente più degli altri. Tranne un’aggressività rara. Che, oggi che di Vacherot si parla a certi livelli, è forse il tratto più importante.
Vacherot: prendersi tutto con le unghie
C’è un prima che è durato fino a 26 anni, nella carriera di Vacherot. Una serie di tornei minori, presenze qui e lì, e la wildcard a Montecarlo per il Masters 1000, pronto ad uscire mestamente al primo turno. Un nuovo Lucas Catarina. O Benjamin Balleret, suo allenatore e fratellastro, unico giocatore di casa capace di raggiungere gli ottavi nel Principato…fino alla settimana scorsa. Che ha dato l’ennesima conferma del fatto che sia iniziato davvero un dopo, che siamo nella seconda fase della carriera di Valentin. Shanghai non è stato un fuoco di paglia, ma la scintilla che serviva a cambiare le cose.
Vacherot, che serve molto bene, grazie anche all’altezza, quando va in campo dà tutto. Non solo in senso di grinta, ma anche di scelte. Gioca al massimo, si prende tanti rischi, prova a non concedere mai iniziativa all’avversario. Soprattutto quando la posta in palio è alta, o si trova ad affrontare un avversario di caratura. Lo hanno dimostrato le vittorie su Djokovic e Musetti, ad esempio. Dando ragione alle parole di Balleret: “Dà il meglio di sé contro gli avversari più forti. Lo seguo ogni settimana e ultimamente è questo il grosso problema che ha avuto. Quando entra in campo ed è il favorito, cerca meno la palla, come se si accontentasse di buttarla di là”. Frutto di una crescita improvvisa, quasi inavvertita, che non è facilissima da incamerare, da digerire. E racconta, in realtà, anche di un carattere non esattamente “da amicone”.
Scenate e sibili: il lato oscuro della favola
Essere un ottimo tennista non sempre fa rima con l’essere un esempio di comportamento. Vacherot, non per stare qui a colpevolizzarlo, ma per calibrare con oggettività i discorsi, è quasi un esempio in tal senso. Al primo turno del torneo di Montecarlo, sotto e in netta difficoltà contro Juan Manuel Cerundolo, ha iniziato una sorta di show. Calci ai cestini degli asciugamani, lamentele continue e poco fondate, un modo di tentare di spostare l’attenzione dal tennis ad altro. I risultati lo hanno evidentemente premiato, con poi bellissime vittorie, e partite corrette, contro Musetti, Hurcakz e de Minaur.
Ma la semifinale contro Alcaraz, ben interpretata dal punto di vista del tennis, lascia uno strascico pesante. Nel nono game del secondo set, con una volée colpita quasi involontariamente per darle un effetto imprendibile, trova un gran punto. Lo spagnolo chiede video review, lamentando che la racchetta di Vacherot avesse toccato terra prima dell’impatto. Richiesta accolta dai fischi del pubblico, ovviamente di parte. E, nonostante il punto sia stato assegnato al padrone di casa, avanti allora 40-15, le cose sono poi precipitate. Doppio fallo, errore di rovescio, aumento del livello di Alcaraz: quattro punti di fila e break per un Vacherot infuriato. Che lascia andare un rabbioso “Hijo de puta”, andando verso la panchina.
Per quanto non fosse ben chiaro se rivolto o meno ad Alcaraz (probabilmente era così), i due si sono rapidamente chiariti a fine match, con tanto di dedica dello spagnolo sulla telecamera (“rispetto per Valentin”). Al netto di ciò, due episodi non esemplari in meno di una settimana lasciano aperta una riflessione. Vacherot ha un carattere fumantino, facile preda dell’ira e neanche così abile a porsi limiti quando e dove dovrebbe. In parte giustificabile dalla difficoltà di una transizione immediata da un basso livello Challenger alla top 20, ma di certo un aspetto sul quale avrà bisogno di lavorare bene. Soprattutto perché, a partite dal Principe Alberto, tutta Montecarlo tiene per lui in maniera quasi spasmodica. Perché non siamo davanti a una stella cometa.
Vacherot, e ora?
Valentin rimane il volto di copertina di un’edizione storica del 1000 di Montecarlo: record di spettatori, con ben 155.000 ingressi. Un record che rimarrà probabilmente imbattuto, visto che al momento non c’è intenzione di ampliare il site, come detto dal direttore del torneo David Massey. Una scelta in realtà abbastanza obbligata, viste le caratteristiche del Country Club. Che ha visto Vacherot crescere tra le sue mura e, nel 2026 e quando sembrava già pura follia solo immaginarlo, se è lo ritrovato semifinalista. Primo monegasco di sempre a cogliere un risultato del genere nel torneo di casa, impatto anche in termini di punti.
Per Vacherot, attualmente 17esimo nella Race, sarà importante conseguire il maggior numero di buoni risultati possibili fino ad ottobre. Quando usciranno i 1000 punti di Shanghai. E, per quanto sia l’esempio vivente di come tutto è possibile, bisogna mettere in conto anche un’uscita all’esordio. Che potrebbe costituire un danno non così facilmente riparabile alla classifica. Dunque arrivarci con il paracadute, cercando di racimolare fino ad allora il maggior numero di punti (al momento è a 2168, difende poco o nulla fino all’autunno), è un passo decisivo, da cui non può prescindere, nel suo obiettivo di consolidarsi all’interno dell’élite del tennis.
Per non finire come Aslan Karatsev che, dopo la gloria di una semifinale Slam e una top 20 raggiunta in fretta e furia, è oggi perso nei meandri nel ranking, in 980esima posizione, dopo esser stato n.14. L’impressione, però, è che Vacherot, con il suo stile aggressivo, un capello ribelle e la costante espressione di chi ancora non creda ai propri occhi, sia destinato a rimanere tra i migliori tennisti al mondo. Avanzando con serietà la candidatura, nella speranza che anche la Ferrari di Leclerc torni a vincere qualcosa, a principale sportivo monegasco.