Unifil sotto attacco nel sud del Libano: tensione altissima dopo l’ennesimo razzo sulla base italiana
Il boato arriva nel pomeriggio, secco, improvviso. Poi la polvere, il metallo colpito, gli uomini che cercano riparo nella base italiana di Shama, nel Libano meridionale. Il razzo cade dentro il perimetro del contingente italiano dell’Unifil Sector West. Nessun ferito, soltanto lievi danni a un mezzo militare. Ma è l’ennesimo “incidente”: ancora una volta i caschi blu finiscono nel mezzo di una guerra che ormai non distingue più tra linee del fronte e aree di interposizione.
Roma monitora la situazione
Dal ministero della Difesa, Guido Crosetto sta seguendo minuto per minuto l’evolversi della situazione. Il ministro si è immediatamente messo in contatto con il capo di Stato Maggiore della Difesa Luciano Portolano, con il comandante del Covi Giovanni Maria Iannucci e con il comando del contingente italiano schierato nel sud del Libano, nel tentativo di ricostruire con precisione la dinamica dell’accaduto e valutare il livello della minaccia. Gli accertamenti sulla provenienza del razzo sono ancora in corso, ma nel quadro di un’escalation ormai quotidiana tra Israele e Hezbollah, l’ipotesi dell’errore accidentale convince sempre meno.
La missione intrappolata
L’Unifil è infatti tornata dentro il fuoco incrociato tra le milizie sciite e l’esercito israeliano in una delle giornate più tese delle ultime settimane. Dal quartier generale della missione quello che sta succedendo è chiaro. “Negli ultimi giorni, l’Unifil ha osservato un aumento del numero di proiettili lanciati, con circa 600 nella giornata di lunedì e circa 550 mercoledì — i valori più alti dal 16 aprile”.
È un dato che racconta più di tanti comunicati. A sud di Beirut il cessate il fuoco annunciato da Trump esiste ormai soltanto sulla carta. Le postazioni Onu disseminate tra il fiume Litani e la Linea Blu osservano ogni giorno droni, artiglieria e razzi attraversare il cielo sopra villaggi semi deserti e strade presidiate da miliziani, esercito libanese e pattuglie internazionali.
“Continuano a verificarsi e a essere segnalati scambi di fuoco in violazione della risoluzione 1701”, ha scritto ancora l’Unifil sul proprio account ufficiale. Un tweet breve con tanto di immagini allegate, che però nasconde una realtà molto più fragile: la missione internazionale è sempre più esposta e sempre meno capace di contenere la spirale militare.
Hezbollah rilancia, Israele colpisce
Nelle ultime ore Hezbollah ha inoltre continuato l’offensiva contro le forze israeliane schierate al confine. L’Idf sostiene di aver intercettato gran parte degli attacchi. Nessun ferito tra i soldati israeliani, ma la risposta di Tel Aviv si sta facendo sempre più aggressiva.
Dopo l’eliminazione di un comandante della forza Radwan, il primo ministro Benjamin Netanyahu lo ha detto senza girarci troppo intorno: “Dico ai nostri nemici nel modo più chiaro possibile” che “nessun terrorista gode di immunità”. E ha aggiunto: “A quanto pare ha letto sui giornali che a Beirut poteva godere dell’immunità. L’ha letto… e questo non accadrà più”.
Parole che in Libano vengono interpretate come un avvertimento diretto non solo a Hezbollah, ma anche alla rete politica e militare filo-iraniana che attraversa Beirut sud e la valle della Bekaa.
Gaza riaccende la regione
Intanto Gaza continua a trascinare l’intera area verso una crisi più ampia. Hamas ha confermato l’uccisione di Azzam Al-Hayya, figlio di Khalil Al-Hayya, uno dei principali negoziatori del movimento nei colloqui sostenuti da Stati Uniti, Egitto e Qatar.
Secondo Hamas, il raid israeliano rappresenta un tentativo di colpire il tavolo negoziale proprio mentre al Cairo proseguono gli incontri sulla seconda fase del piano per Gaza sostenuto dall’amministrazione statunitense e supervisionato dal tanto discusso “Board of Peace”.
Sul terreno, però, i numeri della tregua parlano da soli. Reuters seguendo fonti palestinesi, riporta almeno 830 morti dall’entrata in vigore del cessate il fuoco. Israele sostiene invece che i propri attacchi servano a prevenire nuove operazioni armate contro le truppe dispiegate nella Striscia.
L’Italia davanti al rischio
Per Roma il problema non è più soltanto diplomatico. I circa mille militari italiani presenti sul terreno si trovano oggi in una zona dove la deterrenza delle Nazioni Unite appare sempre più erosa. Ogni razzo caduto vicino alle basi internazionali riduce lo spazio politico della missione e aumenta il rischio di un incidente irreversibile.
L'articolo Unifil sotto attacco nel sud del Libano: tensione altissima dopo l’ennesimo razzo sulla base italiana sembra essere il primo su Secolo d'Italia.