L’IA nel cinema? Nichetti: «Novità positiva, non clona la creatività»
/ pavia
«Tutte le cose nuove sono buone. Sono cattivi quelli che le usano male. Se il cinema si fosse spaventato del colore, del sonoro, dei grandi schermi, della virtualità, dell’immersività non avrebbe mai fatto passi avanti». Risponde così Maurizio Nichetti, stimolato dalla domanda del critico cinematografico Paolo Baldini se l’ingresso dell’Intelligenza artificiale nel mondo del cinema sia cosa buona o meno. E a proposito di innovazioni, ne sa qualcosa Nichetti - chiamato a discutere sul tema assieme a Cristiana Mainardi, sceneggiatrice e regista, e al produttore Lionello Cerri - che nel 1979 conquistò il pubblico con “Ratataplan”, stravincendo la sfida - apparentemente folle - consistente nel proporre un film muto.
Il regista, in un’aula Scarpa strapiena che lo ha più volte applaudito e riso alle sue esternazioni, paragona l’Intelligenza artificiale a ciò che ha provato «chi ha visto per la prima volta un film parlato. Ci sono attori che sono scomparsi, altri sono emersi perché parlavano e cantavano, usavano il sonoro».
Dunque via libera all’Intelligenza artificiale - concordano anche gli altri due interlocutori - ma cominciano ad affiorare dei distinguo e qualche paura. «Come tutte le sfide è interessante, ma temo la formazione dei giovani, che crescono con questo apparato accanto, mentre noi che abbiamo memoria dell’analogico abbiamo più strumenti per utilizzarlo in maniera sensata», dice Mainardi. Per Cerri è importante continuare «a tramandare i valori di questi mestieri, sia autoriali che non, e penso a scenografi, costumisti, compositori delle colonne sonore».
Ancora Mainardi, che introduce il nodo dei limiti e delle regole: «Non bisogna sovrapporre l’IA all’ingegno umano. L’IA si allena imitandoci e ci prende anche il midollo creativo, è un processo arrestabile solo dal punto di vista etico».
Capitolo posti di lavoro a rischio. «Ogni invenzione porta alla perdita di posti di lavoro, l’importante è convertirsi in altre occupazioni – dice Nichetti – penso al doppiaggio: già oggi è possibile tradurre in tempo reale un relatore in varie lingue». E però «ogni nuova tecnologia ci disabitua a fare qualcosa. Prendete il navigatore: è utilissimo, ma ormai nemmeno più i tassisti conoscono le strade. O la scrittura a mano, i giovani non sanno più scrivere in corsivo perché sono abituati con il computer». Concorda Mainardi: «Più che la perdita dei posti di lavoro temo quella delle competenze. Se succederà sarà la catastrofe».
L’Intelligenza artificiale già adesso può fare tantissime cose nel cinema, come ricorda l’assistente virtuale chiamata in causa durante il dibattito: trasformare una sceneggiatura in storyboard animate, creare la visualizzazione di una scena prima delle riprese, aiutare nei casting, velocizzare il montaggio selezionando i ciak, creare sottotitoli e doppiaggi in più lingue, ringiovanire o modificare volti in post produzione, generare trailer e post promozionali sui social. E più di recente, “resuscitare” per clonazione virtuale un attore morto come Val Kilmer.
Nichetti resta ottimista, è convinto che l’IA «l’Intelligenza artificiale non mi avrebbe mai suggerito nel ’79 di fare Ratataplan. Il discorso della creatività si infrange sulle emozioni, su un viso che comunica: queste cose l’Ia non te le può dare». Insomma, la creatività e l’impronta umana non possono essere imitate, clonate.
Per ora, almeno.