Il Kitsch secondo il filosofo triestino Dorfles
TRIESTE Ritorna in libreria in un’elegante veste grafica dorata, che cela il rosso e il nero, alludendo forse sobriamente al tema, “Il Kitsch. Antologia del cattivo gusto” (Bompiani, euro 48, pagg. 318), uno dei volumi chiave, fra i più noti, dell’esegesi compiuta da Gillo Dorfles, il grande intellettuale, filosofo dell’estetica, critico d’arte e pittore, nato a Trieste il 12 aprile 1910 e mancato a Milano il 2 marzo di 5 anni fa.
La riedizione del libro verrà presentata mercoledì alle 17.30 alla Sala Bazlen di Palazzo Gopcevich da Marianna Accerboni, architetto e critico d’arte, da Gianni Contessi, professore ordinario di Storia dell’Arte Contemporanea all’Università di Torino, e dal giornalista e operatore culturale Roberto Curci.
L’incontro, introdotto da Giorgetta Dorfles, nipote di Gillo, è promosso, in collaborazione con il Comune di Trieste, dall’Associazione Culturale di Milano che porta il nome del grande intellettuale e che ha il fine di conservarne la memoria e diffonderne l’opera.
Geniale e poliedrico, uomo dal tratto aristocratico e sobriamente originale, Dorfles vestiva in modo classico ma con cenni di virtuosismo estetico molto personali, che tradivano, pur nello stile british, l’artista che sapeva accostare colori e decori apparentemente anche discordanti in modo molto interessante.
Ma, poiché gli opposti si attraggono, l’intellettuale/pittore ha voluto a un certo punto del suo percorso di analisi estetica affrontare ciò che non amava, ma che comunque anche lo divertiva, ossia il Kitsch.
Prova ne è che un angolo dello studio della sua abitazione milanese era consacrato a tale tema. Su una sorta di comodino un po’ delabrè, dai toni chiari, Gillo aveva composto, con quella sottile ispirazione ludico-ironica che connotava spesso le sue riflessioni e le sue esternazioni, una sorta di altarino, tutto dedicato al Kitsch, su cui facevano bella mostra di sé, tra altri oggetti, un orologio di gusto surreale alla Dalì, un piccolo mulino a vento, una riproduzione tridimensionale della cupola di San Pietro, vari animaletti di plastica e via dicendo.
Il corposo approfondimento dedicato dallo studioso al Kitsch si era materializzato nel 1968 in un volume pubblicato da Gabriele Mazzotta editore, oggi esaurito, che lo ristampò nel 1990. Ma negli anni Sessanta questo termine, attinto dalla lingua tedesca, era ignoto fuori dall’area germanofona e la pubblicazione dell’amplissima e fondamentale ricognizione di Dorfles sul tema fece storia in Italia e determinò la fortuna di un linguaggio, il Kitsch – “pasto estetico (anzi anti-estetico) della borghesia trionfante” - “da cui non si sfugge”, come affermava Gillo.
L’oggetto di tale approfondimento, pur essendo in parte mutati i suoi parametri nel tempo, per esempio con “l’immissione ai nostri giorni, dell’elemento Kitsch nel cuore stesso della creazione artistica”, è infatti ancor oggi estremamente attuale. E nel ’68 l’autore, attraverso la sua sensibilità di intellettuale e di pittore, dimostrò una sorta di geniale preveggenza nell'intuire tale circostanza.
Tutt’oggi siamo infatti invasi da questa “non-arte”, “sub-arte”, “pseudo-arte”, che talvolta nelle forme più esasperate ci trascina nel trash: dall’ambito artistico al costume, alla moda, all’arredamento, dallo sport allo spettacolo. Basti pensare per esempio ai Måneskin. Intuendone l’ineluttabilità anche futura, Dorfles considerò molto importante un’analisi così vasta sul Kitsch, componendo uno dei testi classici del Novecento, pietra miliare della riflessione estetica contemporanea. E la riedizione di Bompiani è la riprova della felice ispirazione di Dorfles e della sua attualità.
Il volume è suddiviso in varie sezioni tematiche: mito, monumenti, trasposizioni, politica, nascita e famiglia, morte, bigottismo e religione cristiana, turismo e natura, pubblicità, cinema, morale e pornokitsch, styling e architettura, tradizione, idealmente presenti anche nella grande mostra sul Kitsch, allestita nel 2012 alla Triennale di Milano a cura di Dorfles (con altri studiosi), per raccontare in modo fantastico un certo nostro passato, presente e futuro.