Delitti e malvagità dell’animo: così Scerbanenco entrò nel noir
L’essere umano, con le sue ambizioni e meschinità, paure e debolezze, sogni e cadute, ma soprattutto con la sua capacità di ricominciare, è il fulcro di Si vive bene in due di Giorgio Scerbanenco, scrittore nato a Kiev ma friulano d’adozione dal 1964, quando da Milano si trasferì con la famiglia a Lignano Sabbiadoro.
A 80 anni dalla prima uscita il romanzo è stato recentemente ripubblicato da La nave di Teseo. Né rosa, né giallo, forse già noir, la trama è fortemente caratterizzata da un’analisi sociale di una Milano in fase di transizione, non più ottocentesca e popolare non ancora metropoli moderna ricca, anticipa di quasi vent’anni anni il famoso e fortunato ciclo che lo scrittore scrisse in Friuli con protagonista l’ex medico-investigatore Duca Lamberti.
Raffinato cesellatore di una narrazione sempre controllata nel definire personaggi e descrizioni di ambienti, Scerbanenco con precisione elegante mai ridondante impagina profumi e colori di strade e quartieri, in un contrappunto di atmosfere di arredi e ambienti di case modeste e di scintillanti locali del centro e di sontuosi appartamenti della ricca borghesia. Classi sociali le cui vite si intrecciano per amore, interessi o puro cinismo.
Personaggio centrale del romanzo Cesare Vairaghi, giovane impiegato milanese con parentela romana, malinconico e inquieto, mite e in apparenza debole, amato da molte donne, caratteristiche che richiamano riferimenti biografici dell’autore, che sogna di abbandonare il misero stipendio e la modesta pensione in cui vive per puntare a vele piegate verso l’alto mare rappresentato dal mondo dei libri.
Cesare ama la lettura e i grandi autori ed è convinto che i milanesi di giorno lavorino e di sera leggano. Per questo è determinato ad aprire una libreria tutta sua.
Nella realizzazione di questo sogno sarà sostenuto da donne che lo amano ora di un sentimento ora fedele e totale senza nulla chiedere in cambio se non di essere ricambiate, ora capriccioso e prepotente, in un gioco di conquista e dominio attraverso il potere della ricchezza.
Archetipi femminili sì legati al periodo storico, ma contemporanei nei connotati psicologici e sentimentali della loro universalità: Benedetta, la fidanzata, brava ragazza da sposare nata in un contesto familiare che dà rilevanza alla cultura e al porsi domande senza ambiguità. Cristina riservata e dalla personalità misteriosa mai completamente svelata.
E ancora Marta, collega in ufficio, povera di censo e di spessore che mira a farsi strada attraverso la seduzione. In netto contrasto con queste figure femminili appare Candida, donna ricca e fatale, incapricciata di Cesare per dimostrare a sé e agli altri il suo imperio anche nelle relazioni sentimentali, sostenuta nel gioco crudele dal cinico Arturo, rappresentazione del gagà anaffettivo, amante solo dei beni materiali.
In perfetto stile Scerbanenco il noir affiora da crimini che in questo romanzo sono delitti e malvagità dell’animo, senza spargimento di sangue, perpetrati dall’essere umano o conseguenti a concatenazione di azioni: al lettore la chiamata a indagarli, per comprenderli e svelarli.