Dalla Germania all’Istria l’ondata di profughi cambiò il volto dell’Europa fra le due guerre
TRIESTE Il primo dei drammatici esodi di popolazioni, che funestarono il XX secolo, è originato dalla guerra greco-turca del 1919-22, che si concluse con la vittoria dei turchi a Dumlupinar, località in mezzo all’Anatolia dove i due eserciti si combatterono tra il 26 e il 30 agosto 1922. Il conflitto greco-turco è un effetto della Grande Guerra, che era appena finita. A innescarlo è il trattato di Sévres del 1920, tra le potenze vincitrici dell’Intesa (Francia, Italia, Inghilterra, Stati Uniti) e l’Impero ottomano. L’Intesa usa la mano pesante togliendo alla Sublime Porta quattro quinti dei suoi territori e cedendo alla Grecia la Tracia e la regione di Smirne, che le truppe di Atene avevano peraltro già occupato a maggio del ’19.
La situazione è esplosiva: la convivenza tra la consistente comunità greca di Smirne e della regione e i turchi diventa sempre più difficile. Ai crimini di guerra, come li definiremmo oggi, dei greci ai danni dei turchi, seguono quelli di questi ultimi contro i greci, quando la controffensiva, guidata da Mustafa Kemal Atatürk, porta alla riconquista di Smirne e della fetta di Anatolia occupata.
L’unica soluzione, secondo i vincitori, è la “pulizia etnica”, termine pure questo inventato dopo. In sostanza si cancella la multietcnicità. È il trionfo del nazionalismo, oggi potremmo ben dire del sovranismo, che troverà la sua prima certificazione nel trattato di Losanna del 23 luglio 1923. Risultato: la Grecia, messa in ginocchio dalla sconfitta e da una rivoluzione interna, con una popolazione di poco superiore ai cinque milioni, deve assorbire 1.221.489 connazionali senza tetto. In cambio 355 mila musulmani vengono trasferiti nella Turchia che Atatürk trasforma in una nazione sul modello europeo.
I dati vengono da un prezioso volume edito dall’Istituto regionale per la cultura istriana (Irci) a cura di Marina Cattaruzza, Marco Dogo e Raoul Pupo, che riporta i risultati di un convegno tenutosi a Trieste nel settembre del ’97 sui “Trasferimenti forzati di popolazione nel Novecento europeo”.
E gli armeni? Per il milione e mezzo di armeni, eliminati tra il 1915 e il 1916 si tratta di genocidio. Anch’esso una caratteristica del “secolo breve”. Il termine viene coniato dal giurista polacco di origine ebraica Raphael Lemkin nel ’44 a definire il più orrendo, fino a oggi, degli stermini di popolazioni, quello degli ebrei, la Shoah, la catastrofe: Hitler ammise di aver preso spunto proprio dall’eliminazione degli armeni.
Dopo il primo conflitto la geografia dell’Europa, e non solo, cambia: al posto dai grandi imperi multinazionali, come l’Austria-Ungheria e l’impero ottomano sorgono stati nazionali, Cecoslovacchia, Ungheria, Polonia, Jugoslavia, unica a mantenere caratteristiche plurietniche, e la Turchia nazionalista. Si affermano i grandi totalitarismi, sovietico, fascista e nazista. I semi del nazionalismo ottocentesco stanno dando rigogliosi frutti. Gli stati sentono il bisogno di “semplificare” etnicamente le loro popolazioni: nel continente avviene “un ininterrotto discriminare, sgomberare, estirpare, eliminare, spostare, trasportare, deportare”, come sottolinea lo storico Marco Moroni. Solo in Unione sovietica i trasferimenti forzati di popolazioni, decisi da Stalin, negli Anni Trenta, riguardano sei milioni di persone.
Ma veniamo a noi: a Trieste dopo la Grande Guerra, ad andarsene sono subito i tedeschi, almeno diecimila, e poi con il mutare delle condizioni di vita per la popolazione slovena e croata, inglobate nel Regno con il trattato di Rapallo, si avvia un esodo silenzioso che si dipana per vari anni da Venezia Giulia e Istria interna e riguarda almeno centomila persone, come riporta riferendosi a fonti jugoslave e slovene lo storico Piero Purini, con tutte le cautele perché la questione non è stata approfondita dagli studiosi italiani. È curioso che questi anni, tra le due guerre, sono un periodo di sviluppo culturale, con la diffusione della psicanalisi, della musica jazz e sperimentale, di capolavori della letteratura come “L’Ulisse” di Joyce, la “Recherche” di Proust, “La coscienza di Zeno” di Svevo e la crescita dei movimenti femministi. Poi la crisi determinata dal crollo della borsa di Wall Street del 1929, avrà nefasti effetti su tutta l'economia mondiale.
Dopo la seconda guerra mondiale gli esodi si ripetono in forma ancora peggiore. I più puniti sono i tedeschi: con una Germania divisa in due che deve assorbire dieci milioni di profughi espulsi dai territori trasferiti alla Polonia e all'Unione Sovietica (circa 7 milioni), e dalla Cecoslovacchia (circa 3 milioni dai Sudeti).
Anche l’Italia ha perso la guerra e a pagare è il confine orientale. Roma deve cedere l’Istria, il Quarnero e Zara. L’esodo per il nostro Paese comincia proprio da quest’ultima che già nel ’43 si svuota a causa dei terribili bombardamenti degli alleati. E comincia anche nell’”amarissimo” Alto Adriatico un lungo e doloroso esodo che durerà fino alla fine degli Anni Cinquanta.
Anche nel resto del mondo accadono gli stessi drammi, proprio nel ’47 l’India si divide dal Pakistan: un travaso di popolazione che costa almeno un milione di morti, raccontato da Salman Rushdie nel suo splendido romanzo “I figli della mezzanotte”, perché lo scambio, che mise in marcia 15 milioni di persone verso il Paese che riconoscevano come loro, cominciò alla mezzanotte del 15 agosto 1947.
Pensavamo che in Europa fosse finita dopo l’esodo dalla Jugoslavia, dissoltasi nella guerra civile degli anni ‘90, con Trieste in prima linea nell’accoglienza, ma il 24 febbraio scorso ci siamo svegliati con una guerra a poca distanza da casa, in Ucraina, seguita dal primo grande esodo del XXI secolo.
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