Mauro Bolognini chiamò gli artisti di Trieste per interpretare se stessi nel film “Senilità”
TRIESTE «Statemi a sentire. Quello che voi chiamate amore, ve lo dico io cos’è: è una malattia, un prodotto della nostra civiltà decadente! Un vero uomo deve poter amare due o tre donne nello stesso tempo!».
Trieste, anni ’20: con queste frasi pronunciate con enfasi, un po’ riecheggianti Nietzsche, un po’ nello spirito del Ventennio virile per antonomasia, entra in scena l’attore Philippe Leroy nel film “Senilità” di Mauro Bolognini.
Sono passati sessant’anni dalla sua uscita nelle sale (e dalla vittoria estiva al Festival di San Sebastian) e cento anni dalla nascita di Bolognini (Pistoia, 28 giugno 1922), ma questa pellicola piuttosto snobbata al momento dell’uscita (anche per la concorrenza dei vari Fellini, Antonioni, Visconti) continua nel tempo a riservare sorprese.
Come noto Bolognini (insieme agli sceneggiatori Goffredo Parise e Tullio Pinelli) rispetto al romanzo di Svevo aveva posticipato l’epoca in cui si svolgeva la vicenda da fine Ottocento agli anni del fascismo. Questo anche per accentuare dal punto di vista sociale e politico la distanza fra l’inetto protagonista Emilio Brentani (Anthony Franciosa) e l’uomo che lui avrebbe voluto essere, lo spavaldo sculture Stefano Balli (Philippe Leroy). Ma il colto Bolognini - vero “maestro di stile” attento alla cura dell’ambientazione, ai dettagli e ai significati – ha l’abilità di presentarci Leroy/Balli in un contesto che ne smaschera la fasulla prosopopea, depotenziandola.
La scena che abbiamo descritto all’inizio si svolge infatti in un caffè triestino (l’ex Caffè Milano di via Giulia), e lo scultore Balli (che Emilio va a salutare per parlargli di Angiolina) siede a un tavolino con un gruppetto di amici, presumibilmente altri artisti. Questi personaggi però, lungi dal dargli corda, lo prendono visibilmente in giro: «Lo sappiamo, lo sappiamo che hai fortuna con le donne tu…», lo punzecchiano ridendo. E questo sbeffeggiamento era di sicuro più efficace allora rispetto a oggi, in particolare per lo spettatore triestino. Quel gruppetto di “comparse”, infatti, era composto da veri artisti attivi in quegli anni in città. “Pittori e scultori autentici sul set di ‘Senilità’”, titolava “Il Piccolo” già durante le riprese, il 30 ottobre 1961. “Gli amici dello scultore Balli sono artisti autentici – spiegava il cronista – versatili rappresentanti della scapigliatura triestina: Oreste Dequel, Livio Rosignano, Marino Sormani e Mariano Cerne”.
Bolognini, dunque, nello “smontare” lo scultore sbruffone Balli, sembra rendere omaggio a un aspetto importante della Trieste di Svevo e della città in generale: il suo côté artistico. E quel gruppetto di veri pittori e scultori allude in un colpo solo sia al Circolo Artistico Triestino frequentato anche da Svevo quando scriveva “Senilità”, quello dei primi scapigliati Carlo Wostry, Isidoro Grünhut e Umberto Veruda (a cui Svevo si era ispirato per il Balli); sia al vivace gruppo di artisti triestini degli anni ’20 (cioè dell’epoca descritta nel film) quali Carlo Sbisà, Leonor Fini, Vittorio Bolaffio, Arturo Nathan; sia infine proprio agli artisti degli anni ’60, che con quella apparizione in gruppo sullo schermo affermano allo stesso tempo la loro esistenza e una continuità con i loro predecessori.
Fra quelle speciali “comparse”, Livio Rosignano (1924–2015) - indimenticato paesaggista della Trieste proletaria, quella dei “poveri cristi” - descrisse così in un’intervista l’abitudine storica degli artisti triestini di riunirsi nei caffè, proprio come in “Senilità” (romanzo e film): “Al Bar Moncenisio in via Carducci eravamo un gruppo straordinario, Oreste Dequel, Mariano Cerne, Marino Sormani, Romolo Bertini, Sabino Coloni. Ci incontravamo quasi ogni giorno per chiacchierare, progettare, allestire mostre. Con noi spesso c’erano anche Miela Reina, Fulvio Tomizza e, quand’era in città per recitare, Gian Maria Volontè. Ci chiamavano ‘Quelli della Belle Époque in ritardo’, per il nostro spirito goliardico di combriccola scapestrata”. —
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