Da quella prima messa con tre fedeli del 1974 all’oratorio oggi vissuto da centinaia di ragazzi: viaggio nella parrocchia di via Minzoni a Trieste
TRIESTE Una parrocchia fatta di persone per le persone. È questa la missione della chiesa di Nostra Signora di Sion di via don Minzoni, guidata da monsignor Ettore Malnati.
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La storia di questa chiesa è recente, con l’attività pastorale che ebbe inizio solamente nel 1974, mentre la parrocchia fu eretta vent’anni dopo dal vescovo Lorenzo Bellomi. «Tutto nacque da un’idea del vescovo Santin il quale volle me ne occupassi io – racconta don Malnati, sfogliando l’album dei ricordi – perché la chiesa era chiusa da 7 anni. Tutto era in stato fatiscente. Accettai l’incarico, ma la prima cosa che decisi di fare fu di costruire dei prefabbricati per raccogliere i ragazzi del rione». Un quartiere che nel corso degli anni è cambiato profondamente, trasformandosi progressivamente in rione dormitorio. «Quando sono arrivato qui c’erano 29 negozi – spiega – mentre oggi non ce n’è più nessuno. La socialità è sparita così come è aumentato il numero delle case abbandonate».
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Da qui l’idea, rivelatasi vincente negli anni, di creare il centro pastorale, affinché «le persone, e non solo i ragazzi, si incontrino e socializzino». A dare una mano a Malnati c’è Patrizia, la segretaria tuttofare che coordina gli oltre 30 collaboratori del centro pastorale e dell’oratorio. «Il giorno della prima messa, il 25 aprile 1974, c’erano solo tre persone presenti – ricorda – e don Ettore rimase avvilito. “Non si preoccupi – lo incoraggiò Santin – vedrà che con il tempo la chiesa sarà piena di giovani”». E così fu. Oggi a frequentare la Nostra Signora di Sion sono oltre 300 ragazzi per il catechismo e altri 200 per il centro estivo pomeridiano.
«In luglio e agosto svolgiamo le attività più importanti – spiega don Ettore –: ogni mercoledì sera c’è il cinema all’aperto, i giovedì la cena per tutti, mentre i venerdì sono dedicati alle discussioni teologiche». Pur essendo la chiesa collocata in una zona della città agiata, anche da queste parti non manca l’attenzione per i meno fortunati. «Il nostro gruppo caritativo aiuta 24 famiglie – sottolinea Patrizia –, negli anni abbiamo scelto di non appoggiarci alla Caritas, ma di fare da soli. La povertà dev’essere dignitosa, vai a trovare le persone, scambi quattro chiacchiere e ascolti le loro problematiche». «La borsa della spesa non ha nome né cognome – aggiunge don Ettore – ed è il modo migliore affinché la gente aiuti altra gente». Situazioni difficili che però, assicura don Ettore, non sono cresciute troppo al termine della fase acuta della pandemia. «Dopo il lockdown abbiamo trovato difficoltà psicologiche più che materiali – spiega – anche se negli ultimi mesi sono aumentate le richieste di aiuto per le spese di amministrazione, di affitti e servizi».
La comunità della chiesa di via don Minzoni è insomma particolarmente attiva, pur non trattandosi di un rione dai confini ben definiti. «Sono contento della mia gente e della partecipazione alle nostre attività – ammette soddisfatto don Ettore –. Ho impostato il mio servizio pastorale nello spirito del Concilio Vaticano II e i fedeli ci hanno seguito. Abbiamo un gruppo di studenti delle superiori estremamente responsabili, che nel periodo in cui io sono andato a fare gli esercizi spirituali, hanno gestito le strutture dell’oratorio e si sono prodigati per l’organizzazione delle messe».
Fra le tante figure che gravitano da queste parti c’è anche l’ingegnere ed ex docente universitario novantenne che ogni giorno di buon mattino si prodiga per aprire la chiesa. «Don Ettore è sempre presente nell’oratorio – questa la chiosa della fida segretaria Patrizia – e anche se non è lui a fare catechismo, riesce a creare una familiarità importante con i ragazzi e le famiglie, che alla lunga ripaga». Una figura discreta la sua, perché come suole ripetere, «la presenza del sacerdote dev’essere rispettosa e non ossessiva».