Le parole che ancora non si sentono
Sarà l’estate così calda o così violentemente all’improvviso bagnata e distruttrice, sarà lo psicodramma della composizione delle alleanze e delle liste, ma insomma non sarebbe male se in un tempo rapidissimo la campagna elettorale uscisse dal neo ideologismo e dai giochi di ruolo per rimettere i piedi per terra. Magari per parlare con sincerità di un autunno che si preannuncia molto più caldo della stagione in corso, della morsa di una crisi che tra inflazione e costi dell’energia metterà con le spalle al muro cittadini e imprese.
Perché possiamo ancora per un poco discutere con convinzione forte o blanda, da ombrellone o passeggiata sui monti, di fiamme e di abiure, di collocazione internazionale e difesa dei patri confini, di navi nemiche (o amichette?) al largo dei nostri mari e di candidati paracadutati al sicuro: perché come insegnano le bollette e gli aumenti incontrollabili di qualsiasi prezzo (non degli stipendi) il conto sta arrivando.
Di sicuro, annidate nei programmi elettorali ci sono proposte e strategie per far fronte a un’emergenza già diversa da quella del primo post-Covid: ma per ora non emergono, se non per slogan già abusati in passato o in balbettii che non scontentino nessuno.
Si potrebbe parlare, e su quello essere giudicati, anche di sanità e assistenza, di scuola e università, di sicurezza sul lavoro come di dissesto idrogeologico, persino di trasporti e inquinamento. Con una qualche umiltà ma con il coraggio di far diventare parola d’ordine un’idea, una strategia diversa e possibile: compatibile non con un’agenda scritta da chi si è liquidato, ma con la responsabilità politica di voler governare sapendo che le risorse a disposizione sono quelle che sono.
E’ chiedere troppo, una volta (anzi, ripetutamente) dimostrato che alle promesse più fantasiose come alle mezze intenzioni senza copertura finanziaria, mezzo Paese di fatto non crede più? Non astenetevi dal farci, un po’, capire.