'Ndrangheta, estorsioni e usura con interessi fino al 30% al mese, sette arresti tra Pavia e Milano
MILANO. Gli agenti della Polizia di Stato, coordinati dalla Direzione Distrettuale Antimafia di Milano, stanno eseguendo nelle province di Milano e Pavia, diverse misure cautelari nei confronti di persone ritenute responsabili di usura ed estorsione, aggravata dal metodo mafioso, spaccio di stupefacenti ed emissione di fatture per operazioni inesistenti. Si stima che in totale il giro di affari legato alle sole emissioni di false fatture ammontasse a diversi milioni di euro che consentiva agli indagati "da un lato di poter camuffare dei prestiti di tipo usuraio o delle vere e proprie estorsioni e dall'altro di lucrare sul fisco o sullo sfruttamento di manodopera in nero".
Durante le indagini il Tribunale di Milano - Sezione Misure di Prevenzione - aveva emesso un decreto di sequestro a carico di uno degli indagati, risultato affiliato alla 'ndrangheta, in particolare alla locale di Giussano (Monza e Brianza), direttamente collegata alla locale di Guardavalle (Catanzaro). L'uomo è risultato gestore di fatto, attraverso una serie di prestanome, di società cartiere che emettevano false fatturazioni al fine di mascherare altre operazioni ed attività illecite.
Gli agenti della Divisione Anticrimine e gli investigatori della Squadra Mobile, hanno raccolto le dichiarazioni di due presunte vittime di usura da parte dell'indagato destinatario del provvedimento di sequestro. Avrebbe prestato loro somme di denaro a tassi di interesse usurario, variabili tra il 10% e il 30% mensili che, se non restituiti, avrebbero determinato delle pesanti conseguenze nei loro confronti.
Approfittando delle difficoltà economiche delle vittime, dunque, avrebbe prestato "ingenti" somme di denaro, nell'ordine di migliaia di euro, a tassi di interesse usurario, variabili tra il 10% e il 30% mensili. Semplice il meccanismo: piccoli imprenditori in difficoltà, con esigenze di retribuire personale assunto irregolarmente o per evadere il fisco, si rivolgevano agli indagati per ricevere somme di denaro in contante che venivano poi restituite sotto forma di assegni o bonifici a fronte di emissione, da parte delle ditte cartiere, di false fatture.
Le somme bonificate venivano a loro volta girate su altri conti e, infine, venivano prelevate giornalmente da alcuni degli indagati - deputati al ruolo di "prelevatori" - che percepivano uno 'stipendio' come se si trattasse di un lavoro stabile. Infine, le somme prelevate ritornavano agli originari prestatori. Un giro di affari che, nel solo periodo d'indagine, circa un anno, ha consentito di documentare prelievi per circa 7 milioni di euro. Per definire le cessioni di buste di danaro, utilizzavano parole in codice come "astucci o bancali". Oltre ai provvedimenti restrittivi, si sta procedendo alle perquisizioni e al sequestro preventivo di somme di denaro presenti sui conti correnti di alcuni degli indagati, dieci in tutto: tre in carcere, quattro agli arresti domiciliari e uno sottoposto alla misura dell'obbligo di presentazione alla polizia giudiziaria.