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Elogio dell'incoerenza: donne, bugie e l’importanza di avere sempre un nemico

Eugenio Scalfari, fondatore de la Repubblica è appena scomparso, a 98 anni. Una firma di Panorama che ha lavorato spalla a spalla con lui lo ricorda con virtù e vizi, al di là delle celebrazioni di rito.

Luce rossa dell’interfono; la voce inconfondibile, flautata tra il fioco e lo ieratico, appena tremolante: «Carlo puoi scendere?». Era il 18 aprile 1996. E la data del 18 aprile in Italia conta: nel 1948, la Democrazia cristiana aveva lasciato i comunisti fuori della porta. Anche in quelle settimane si respirava aria d’elezioni e lo sapevamo bene. «Barbapapà», il suo storico soprannome, faceva e disfaceva il giornale, m’aspettavo l’ennesimo «pezzo» per dimostrare che Giulio Tremonti - antica insofferenza socialista - con i conti non c’azzeccava, per dirla alla Antonio Di Pietro. L’ufficio al secondo piano di piazza Indipendenza, a Roma, era come sospeso. Una lama di sole si rifletteva sul cristallo della scrivania, sempre sgombra di carte, specchiando gli occhi di Eugenio: dietro gli occhiali che parevano fanali di una Cadillac m’apparvero liquidi come due gocce di pianto, non luciferini come di solito. «Chiudi la porta, siediti». Aria pesante, preludio a una sfuriata quando la voce da fioca diventava stridula.

Temevo che avesse saputo, lui sapeva sempre tutto e nonostante fosse un Ariete, come segno zodiacale, teneva a mente i torti, che all’Economia io e il collega Marco Ruffolo ci divertivamo a leggere alla redazione brani del suo Zibaldone Incontro con io, a mo’ di salmo biblico. Del resto Eugenio pur dichiarandosi ateo - e in vecchiaia è stato assiduo frequentatore di papa Francesco - era ligio alle liturgie: la riunione di redazione alle 10 del mattino la chiamavamo la «messa cantata». Non assistervi ti collocava - come diceva il nostro Barbapapà - nel cono d’ombra e rivedere il sole era durissima. C’era anche l’incenso: il pacchetto di Muratti buttato sul tavolone da cui prendeva una sigaretta tra indice e pollice con gesto patriarcale mentre Franco Magagnini - il caporedattore centrale - «mangiava» le Marlboro con Gianni Rocca, il vicedirettore, a fare da scudiero e tutti i capi - da Nando Ceccarini a Giorgio Rossi, da Alfredo Del Lucchese a Rosellina Balbi, da Mario Sconcerti a Eraldo Gaffino - attorno all’«altare».

Erano nuvole di fumo e d’idee e fulmini d’anatemi con cui si tracciavano i menabò per le pagine del giornale. La liturgia prevedeva anche il coup de théâtre: la telefonata del presidente della Repubblica o del governatore della Banca d’Italia per farti sapere che lui era, solo lui era. Tu eri un giornalista delegato. E valeva per tutti. «Lascio la direzione, lo dico a te per primo: tu comunicalo al resto del Comitato di redazione, ma non ufficializzatelo. Vi chiamerà Marco Benedetto (il consigliere delegato del gruppo, il più abile, acuto manager dell’editoria mai comparso in Italia; ex giornalista, e ho sempre pensato che i due si rispettassero rivaleggiando: l’uno direttore che si era fatto editore, l’altro cronista che si era fatto gestore, ndr), ma tu taci: conto sulla tua discrezione. Vai, che il giornale esce anche domani!». Tacqui.

Nel corridoio degli ascensori per salire al quinto piano dov’era la redazione Economia incrociai il «bidello» Rolando Montesperelli, il segretario di redazione che era la vestale di Scalfari. Si saranno già incontrati lassù. Sapevamo entrambi, spaesati e legati a un patto di fedeltà e di silenzio. Quel giorno ero attonito, lo sono adesso. Quel 18 aprile dovevo prendere atto che Barbapapà vent’anni dopo (l’avventura di Repubblica è iniziata il 14 gennaio 1976) ci lasciava «orfani»; oggi scrivo che Eugenio Scalfari, nato a Civitavecchia il 6 aprile 1924, non c’è più. La sua morte come la fine della sua direzione da noi «Scalfari boys» è un evento non contemplabile.

Scalfari era uno e trino: l’uomo era anche incline alla bugia, alla scappatella, alla vita agiata; il giornalista era un cesellatore di fatti, ma con una prosa quasi anonima. Maniacalmente si faceva rivedere tutti i testi per evitare citazioni o date sbagliate. Il direttore era immenso: un vero burattinaio. Era questa la differenza sostanziale tra lui e Indro Montanelli. «Cilindro» schierato sul fronte dell’antipotere con una scrittura eccelsa a mano armata, Barbapapà impegnato a costruire il contropotere con il giornale-partito, il giornale-intelligence. La sua vita è sempre stata alla ricerca del potere. Del resto quando voleva fare lo snob ricordava le origini calabresi «fiere e gentili» e la sua familiarità con l’azzardo visto che era figlio di un direttore di casinò. Soffriva, senza darlo a vedere, di complessi d’inferiorità e s’industriava per acquisire una superiorità.

Gli era capitato con Italo Calvino, suo compagno di liceo a Sanremo. Lo si capiva nel sodalizio con il principe Carlo Caracciolo, cognato di Gianni Agnelli che Eugenio, pur avendo attaccato tutto il capitalismo italiano, non osteggerà mai. Barbapapà era anche molto fortunato. Alla domanda: direttore com’hai cominciato? Non rispondeva dicendo che aveva scritto per i giornali fascisti. Citava solo un primo articolo del 1949 vergato per Il Mondo. L’anno dopo sposò Simonetta De Benedetti, figlia di Giulio, mostro sacro del giornalismo. Ma quel cognome nella vita di Barbapapà ha contato molto, in seguito. Fondò con Arrigo Benedetti l’Espresso nel ’55. Nel ’67 Benedetti sbatté la porta, ma gli lascio la metà delle azioni. Arrivò l’incontro con Carlo Caracciolo che allora stampava Nuova Ecologia, ma entrò nel capitale dell’Espresso e nel ’76, insieme con Mario Formenton e Giorgio Mondadori, ci fu la fondazione de la Repubblica. Il giornale nei primi anni stentava, poi il primo, tragico colpo di fortuna: il rapimento Moro. Secondo colpo di fortuna: lo scandalo del Corsera implicato con la P2: era l’81. Repubblica decollò. Arrivò poi lo zio di Matteo Renzi, Nicola Bovoli con il Portfolio un gioco a premi a sancire il primato. Carlo De Benedetti che all’inizio non voleva finanziare il giornale, se lo comprò. Scalfari incassò: ci sarà poi la guerra di Segrate con la definitiva rottura con Silvio Berlusconi. Eugenio aveva bisogno di un nemico al giorno. Lo aveva trovato in Bettino Craxi, ruggine nata quando Scalfari entrò in Parlamento col Psi che gli offriva un seggio per evitargli la galera dopo l’inchiesta sul Sifar. Lo ha ritrovato in Berlusconi, ma via via se l’è presa con tutti i boiardi di Stato (il libro Razza padrona scritto con Peppino Turani è un j’accuse spietato al capitalismo italiano) e s’è costruito avversari strada facendo, di continuo.

Ha vissuto nell’elogio dell’incoerenza, Scalfari. Da fascista a liberale, poi radicale (fu tra i fondatori della Rosa nel Pugno), poi socialista, infine una mai compresa frequentazione con Ciriaco De Mita. Che non era adesione, ma scelta funzionale all’avversione verso Bettino Craxi. Il suo moto era: «Solo i cretini non cambiano opinione». Prendeva degli abbagli ed era soggetto a innamoramenti subitanei che poi trasformava in alleanze strumentali. Gli era capitato con Enrico Berlinguer, un incontro favorito da Luciano Lama con cui aveva un rapporto speciale, ma utile al successo del giornale-partito per far incontrare le masse con la «gauche caviar».

Ma Berlinguer era sardo: di pasta dura e non salottiera. Si rispettavano, Eugenio in parte lo lusingava. Lo faceva anche con le signore piacenti, hobby condiviso col principe Caracciolo quello di piacere a chi piace. Eppure la notte del 7 giugno dell’84 - ero a Bologna - Eugenio mi chiamò con la voce rotta: «Vai a Padova e non muoverti dall’ospedale: c’è Berlinguer che sta malissimo. Dacci notizie».

Barbapapà era così: lode della contraddizione, il fascino della finzione (ma da noi pretendeva rispetto assoluto della verità), l’adrenalina della competizione. Capace di gesti di giustizia enormi; come sposare, scomparsa Simonetta, la donna di una vita: Serena Rossetti, per lei all’Espresso aveva creato il ruolo di «caporedattore alla copertina». Capace di suscitare sentimenti enormi: come quelli delle sue due figlie. Enrica e Donata gli hanno dedicato un documentario: A sentimental journey. Eugenio, a proposito della morte, sussurra infragilito dall’età: «Si muore desiderando, desiderando di essere sempre nelle contraddizioni del mondo». Ci vediamo, direttore.

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