Ecco dove è più alto il rischio corruzione. Enna maglia nera, Milano la provincia più virtuosa
ROMA. Le province dove è più forte in Italia il rischio corruzione? In cima alla classifica ci sono Enna, Crotone e Palermo, Caltanissetta ed Agrigento; in coda nelle ultime cinque posizioni (dove il rischio di pratiche illecite è ben più basso) ci sono quelle di Milano, Bologna, Modena, Ancona e Belluno, con Roma che sta al 57esimo posto, Genova al 69esimo e Torino all’87esimo. E’ questa la fotografia che si può ricavare dalla nuova sezione “Misura la corruzione” del portale dell’Autorità nazionale anticorruzione (www.anac.it) che consente a chiunque, in maniera molto facile, di verificare il rischio di corruzione di ogni città o provincia italiana impiegando una serie di indicatori scientifici, suddivisi in tre filoni tematici (di contesto, di appalto e comunali) e di stabilire quanto sia alto il rischio che si possano verificare fatti di corruzione.
Iceberg
«La corruzione è un fenomeno sfuggente e in larga parte nascosto, pertanto è difficile prevedere dove possa manifestarsi. Possiamo paragonare la corruzione a un iceberg, del quale si vede solo la punta pur essendo la parte sommersa di dimensioni molto maggiori di quello che appare – spiega il presidente dell’Autorità Anticorruzione, Giuseppe Busia -.
Nonostante questo, la corruzione non è tuttavia esente da una elevata incidenza statistica, soprattutto in determinati contesti, e da fattispecie ricorrenti che, messe a sistema, possono aiutare sia la prevenzione che il contrasto». Per questo utilizzando le informazioni contenute in varie banche dati, l’Autorità ha individuato una serie di «indicatori di rischio corruzione», peraltro in coerenza con quanto previsto dal Piano nazionale di ripresa e resilienza (Pnrr) per il miglioramento dell’efficacia della lotta contro la corruzione. Attraverso un percorso «partecipato e strutturato» che ha visto il coinvolgimento di diversi attori istituzionali, accademici, del mondo della ricerca ed esponenti di organizzazioni non governative, l’Anac ha identificato ben 70 indicatori suddivisi in 3 aree tematiche distinte: indicatori di contesto (23 indicatori articolati in quattro ambiti: istruzione, economia del territorio, capitale sociale e criminalità, e 25 altri indicatori); indicatori sugli Appalti (17 indicatori) incentrati sulla banca dati nazionale dei contratti pubblici di Anac; ed infine indicatori “comunali” relativi ai Comuni sopra 15.000 abitanti (5 indicatori).
Indicatori
Questi indicatori possono essere considerati come dei campanelli d’allarme, che segnalano situazioni potenzialmente problematiche. In questo modo permettono, ad esempio, di avere il quadro di contesti territoriali più o meno esposti a fenomeni corruttivi sui quali investire in termini di prevenzione e/o di indagine, ma anche di orientare l’attenzione dei watchdog della società civile, di attirare l’attenzione e la partecipazione civica. L’Autorità ha lavorato per integrare quante più fonti dati possibili e utili al calcolo di indicatori - tra cui la Banca Dati Nazionale dei Contratti Pubblici, che è gestita da Anac e che rappresenta la principale fonte informativa sugli appalti pubblici - e per progettare metodologie di calcolo e di contestualizzazione degli indicatori. In Italia, come in altri Paesi, persiste un’assenza di dati scientifici sul fenomeno corruttivo e una carenza di informazioni territoriali rilevate in modo sistematico che possano fungere da “ingredienti” per la costruzione di un sistema di misurazione validato scientificamente. Da questi presupposti è nato il Progetto “Misurazione territoriale del rischio di corruzione e promozione della trasparenza” - finanziato dal Programma Operativo Nazionale “Governance e Capacità Istituzionale 2014-2020”. La nuova piattaforma, spiegano all’Anac servirà anche a valutare il livello di efficacia delle misure anticorruzione attuate dalle varie amministrazioni (i cosiddetti indicatori di contrasto). «Il modello – conclude Busia - potrà essere un punto di riferimento internazionale, dal momento che nessun Paese è ancora riuscito nella non facile “impresa” di fornire in maniera strutturata e al più ampio pubblico possibile indicatori di rischio corruzione».