"Dodici ore in ambulanza per Padova, tra Covid e crisi di panico"
Padova. Occhi stanchi, forse anche un po’ impauriti, ma che di certo non mollano, sbucano da mascherine verdi chirurgiche in una domenica che non ha nulla a che vedere con una giornata di riposo. Sono soccorritori, volontari della Croce Verde, che da più di un mese stanno dando tutto in questa guerra contro il coronavirus. Coprono i turni, stanno attenti ad adottare tutti i dispositivi di sicurezza, entrano nelle case di chi sta male e poi, una volta tornati nella loro cercano di non vedere nessuno e fanno i conti con le proprie paure. Sì, perché loro sono in prima linea, a rischio contagio ogni giorno. Ecco uno di quei giorni frenetici e difficilissimi, domenica scorsa, raccontato ora per ora dal caposquadra di uno dei turni.
DOMENICA ORE 7. Inizia il turno. I volontari, compreso Federico Sergi, caposquadra del turno numero 5, arrivano nella sede della Croce Verde di via Nazareth. Prima di entrare viene misurata a tutti la temperatura, ognuno prende una mascherina chirurgica e si pulisce le mani con del disinfettante. La mascherina non si deve mai togliere. Il caposquadra assegna gli equipaggi, formati da tre persone tra soccorritori e infermieri, e le ambulanze che vengono controllate una ad una. Non solo devono avere la strumentazione standard ma anche tutti i dispositivi di protezione come tute, mascherine FFP2 e FFP3, occhiali di plastica. Più del 50% degli interventi oggi sono per sospetti casi di Coronavirus.
ORE 11. Arriva la prima chiamata. Smistata dal 118, non è un sospetto coronavirus. Si tratta di un anziano della zona di Teolo. Già patologico si è aggravato improvvisamente. Parte l’ambulanza Victor70 con a bordo Federico, Luana e Virginie. Nessuna preoccupazione. «È un servizio di routine che non desta timori e non necessita di particolari protezioni».
ORE12. Un’altra chiamata. Neanche questa per sospetto coronavirus. «Si tratta di un uomo sulla 50ina con una colica renale in corso nella zona di Selvazzano».
ORE 13. Un uomo dell’Europa dell’Est chiama il 118. Riferisce che la moglie da qualche giorno non si sente bene, è stanca e non si alza dal letto. Non specifica sintomi riconducibili al coronavirus. «Una volta arrivati a casa della coppia, a Padova città, constatiamo che non solo la moglie è un sospetto caso di Covid-19, ma anche il marito». La procedura in questo periodo è ben chiara. «Molte persone nascondono al 118 di avere i sintomi del virus per paura di non essere soccorsi e così non ci vengono date le giuste indicazioni. Noi però una volta che arriviamo in casa agiamo in questo modo: entra prima un soccorritore e solo se il caso non è sicuramente sospetto fa entrare gli altri due, altrimenti esce anche lui e avvisa gli altri. Ci mettiamo tutti i presidi di sicurezza e poi entriamo in casa». E così è successo nell’intervento di domenica alle 13. «Hanno la febbre entrambi e tossiscono. Portati al pronto soccorso vengono ricoverati gli Infettivi. Il tampone è positivo». Una volta rientrati in sede l’ambulanza viene santificata con l’ozono.
ORE 15. «Sospetto caso di coronavirus ad Albignasego». Questa volta a riferirlo è il centralino del 118. «Già alla partenza indossiamo tutti i presidi». Si tratta di un uomo sulla 50ina. Ha tosse da giorni, non febbre, ma altri sintomi sospetti. La moglie è stata a contatto con persone risultate positive. Viene caricato in ambulanza per condurlo al pronto soccorso e qua inizia ad agitarsi. «Ha un attacco di panico in ambulanza. Vuole alzarsi dal lettino mentre noi cerchiamo di calmarlo. Le persone sono terrorizzate dal virus».
ORE 18.30. Manca mezz’ora alla fine del turno, quando viene richiesto l’intervento di un’ambulanza in via Calza, a Padova. Una vicina di casa segnala un uomo sul tetto. Arriva non solo la Croce Verde ma anche polizia e vigili del fuoco. Dopo concitati momenti si scopre che è un condòmino, ventenne, che è salito sul tetto a bersi una birra. «Per una bravata del genere c’è stato un dispiegamento di forze che in questo momento non ci possiamo permettere. Chiediamo a tutti di essere più prudenti».
ORE 19. L’equipaggio della Victor70 termina il turno. I volti sono stanchi e tesi. I volontari sanno di essere stati a contatto con persone che hanno contratto il virus. «Siamo sempre a rischio. Due nostri volontari sono risultati positivi e altri che erano stati a contatto con loro sono stati messi in quarantena. A noi non è mai stato fatto un tampone, nonostante l’abbiamo richiesto alla nostre direzione sanitaria» . —
Alice Ferretti.