Violenza sessuale, perché le donne non vengono mai credute nelle denunce?
C’è una serie che si intitola Unbelievable, racconta di un’adolescente accusata di mentire sulla violenza sessuale subita da uno sconosciuto. La violenza invece c’era stata. È fiction tratta da storie reali statunitensi che esistono in tutto il mondo. La scorsa settimana in Sicilia il padre di una ragazza che ha denunciato una violenza ha parlato in difesa dei presunti violentatori, almeno in un primo momento, per poi schierarsi a difesa della figlia. Anche per i familiari a volte è difficile credere alle denunce delle donne e questo porta a non denunciare quanto subito. Ne abbiamo parlato con Elisabetta Gallotta, psicologa, psicoterapeuta e operatrice Antiviolenza che fa parte di Aspic Psicologia.
Perché le donne non vengono credute quando raccontano una violenza?
«Potrei rispondere con le parole che la Presidente della Commissione Europea, Ursula von der Leyen, ha usato a proposito di quanto le è capitato nella recente visita in Turchia: “Non riesco a trovare nessuna giustificazione per il modo in cui sono stata trattata, quindi sono arrivata alla conclusione che sia successo perché sono una donna”».
Quando le donne non vengono credute, questo avviene perché sono donne.
«Siamo in una società costruita e mantenuta su un pregiudizio di inferiorità femminile, non più affermato a parole (forse) ma certamente “praticato”: quando le donne percepiscono uno stipendio inferiore a uomini che svolgono le stesse mansioni, quando sono quelle che si laureano di più non accedono alle posizioni apicali, quando sono le prime a perdere il lavoro, quando sono quelle che leggono di più ma la maggioranza degli scrittori sono uomini, quando per conferire autorevolezza usiamo psicologo o direttore d’orchestra anziché psicologa o direttrice d’orchestra.
L’immagine della donna veicolata dai mezzi di comunicazione e interiorizzata da uomini e donne è quella di un oggetto sessuale. La donna è corpo sessualizzato, perfetto nelle sue forme e proto all’uso e consumo dell’occhio e del desiderio altrui non già soggetto desiderante capace di agire nel mondo, che sceglie liberamente di praticare sesso con chi vuole e se vuole e fino a quando vuole. La questione del consenso è centrale: se dico no è no, se non dico si è no e se vengo violentata mentre sono ubriaca è stato commesso un reato. Punto. Ma questo è difficile da far passare».
Quali meccanismi portano a non denunciare?
«La paura di non essere credute certamente e di essere esposte al giudizio altrui e quindi di subire nuovamente violenza che è la cosiddetta vittimizzazione secondaria; la denuncia e il processo poi non sono una passeggiata quindi è legittimo interrogarsi e soppesare le proprie risorse. Certo denunciare è l’unico modo che abbiamo. Non ne abbiamo altri per fare in modo che i colpevoli siano puniti e per procedere ad un’elaborazione dell’esperienza di violenza che ci consenta di sentirci sopravvissute e non più vittime».
In che modo si esce da questo circolo vizioso?
«Certamente con interventi a molti livelli. Favorendo un cambiamento nella percezione dell’immagine della donna, quindi intervenendo con leggi che rendano reali e concrete la parità di trattamento e anche veicolando in molti e diversi modi una cultura del rispetto. Forse possiamo anche cambiare le cose facendoci domande diverse: possiamo chiederci ad esempio è vero che le donne non vengono credute? È sempre così o le cose cambiano?
Nei centri antiviolenza le donne credono alle donne. Nei centri antiviolenza orientati ad un approccio di genere, ci sono donne competenti, capaci di fare una presa in carico umana e professionale, e di accompagnare le donne che hanno subito violenza in un percorso (anche legale) che è certamente molto gravoso e complesso ma che se fatto insieme ad altre, supportate, allora si può fare. Non sei sola. Questo diciamo alle donne che vengono al CAV (Centro Anti Violenza). Non sei sola. Quindi possiamo affermare che non è vero che le donne non vengono credute, almeno non è così sempre».