Achille Lauro: «In difesa dei deboli (ma anche delle critiche)»
Intervistare Lauro De Marinis è come provare a scalfire un’armatura in titanio, cercare di aprire una breccia che possa svelare cosa si nasconde dietro quegli occhi verdi che, a differenza di quanto avviene sul palco, non sfidano la platea ma cercano riparo altrove, negli angoli seminascosti di una stanza spoglia. Più che con le parole, però, Achille Lauro comunica il suo mondo attraverso le strofe: in Lauro, il suo sesto album in studio in uscita il 16 aprile, l‘artista decide di resettare tutto e di ripartire dal nome proprio, dal bambino che era e dall’uomo che è diventato: «Dopo un 2020 in cui mi sono divertito a fare mille progetti e a scherzare, con quest’album torno su me stesso, per quanto riguarda sia la scrittura che il sound. Sono tutti brani che rappresentano me» racconta Lauro, convinto che il fallimento sia la più alta manifestazione del successo, «i fallimenti ci rendono quelli che siamo».
Chi lo definisce un progetto di marketing, un testimonial vivente del marchio Gucci, un furbetto che sfrutta la provocazione per farsi pubblicità non lo capisce e, molto probabilmente, non lo ha mai capito, spiega Lauro: «Sono una persona che ama quello che fa, una persona a cui piace immaginare un progetto e toccarlo con mano» riprende prima di rimarcare il suo amore per la trasformazione, ma la fedeltà alla sua identità: «Ho fatto progetti molti diversi, ma la mia anima non è mai cambiata». «Mamma non mi riconosce più, poi dice “Lauro sei sempre tu”» canta in Lauro, la canzone che dà il titolo all’album, ricordando un passato non troppo lontano nel quale passava «quattro giorni sveglio» e faceva «colazione con le pillole» e riflettendo sull’artista che è diventato e ha stregato Sanremo, sul ragazzo che a quasi 31 anni sta cercando di scardinare i luoghi comuni facendosi portavoce di una generazione che non vede l’ora di farsi sentire.
In questo album c’è molto del suo passato: che rapporto ha con i ricordi?
«Credo che tutto quello che appartiene al passato faccia parte di quello che siamo oggi. Adesso faccio una vita diversa, a causa e grazie al successo: sono più distante dal vecchio me, ma mantengo tutti i contatti, ogni volta che torno a Roma sto bene».
C’è un cambiamento che l’ha sconvolta di più?
«Ho cambiato il modo di pensare, di approcciarmi alla vita: prima ero un’altra persona. Uno psicanalista direbbe che non sei te stesso se non conosci almeno 3 parti di te: bene, io ne ho conosciute almeno una quindicina. Il mio è stato un cambiamento radicale».
In Generazione X fa un parallelismo tra i ragazzi di oggi e quelli dell’epoca: cosa ne ha dedotto?
«Volevo porre l’accento su questa generazione disillusa che non credeva nei genitori, nel matrimonio e nella chiesa e la nostra, che vive delle dipendenze come la tecnologia accettandola senza sapere a cosa ci porterà».
La componente spirituale continua ad avere un certo peso per lei: tipo quando canta «Cristo è donna».
«È tutto il contrario di tutto, come la mia vita».
Come mai dopo tutti questi anni la provocazione sulla sfera spirituale continua a destare scalpore, secondo lei?
«Trovo giusta la polemica: quando c’è vuol dire che qualcosa sta funzionando e che stai arrivando a più persone senza fermarti alla tua cerchia. Il gioco sta lì, nel mettere davanti alle persone qualcosa a cui non sono pronte, confrontarsi con qualcosa di non standard. Come i miei Sanremo: la prima volta è stato strano, negli anni il pubblico era davanti a qualcosa di fraintendibile su cui poter costruire una polemica, ma dietro c’è sempre stato un ideale molto forte. Chi si ferma alle apparenze dirà che San Francesco era solo una provocazione, ma in realtà era molto di più. Un quadro».
Questa voglia di fare polemica l’ha sempre avuta?
«Ho sempre fatto come volevo, non mi sono mai fatto troppi problemi. Ho sempre seguito me stesso e basta».
È contento di dove è arrivato?
«Sono contento di esprimere le mie idee e di farle valere. Ascolto tanto gli altri e cerco l’ispirazione in tutto quello che mi sta intorno: la strada è già nella mia testa, ma poi ci sono delle cosette che devi prendere da quello che arriva. È un confronto, una guerra tutti i giorni».
Un confronto che l’arte e la musica cercano di tradurre: quando è cominciata questa attenzione?
«Già nel mio primo mixtape, Barabba, c’era una visione abbastanza a fuoco a livello di immaginario. Per me le canzoni hanno un vestito: c’è un mondo che è già nella testa di chi le fa e di chi le ascolta, il punto è riuscire a trasferire quello che uno pensa in maniera efficace, ed è per questo che sono molto attento ai dettagli. È molto importante rispettare il colore delle canzoni».
Prima parlava di tormento: i pensieri oggi sono più ordinati rispetto a ieri?
«L’uomo è sempre tormentato. Non sono mai appagato di quello che ho, penso sempre al futuro e guardo con malinconia al passato».
Un passato che, come canta in Femmina, ha spesso visto l’uomo nascondersi dietro alla sua virilità.
«Per fortuna la società si evolve e ci sono persone che si battono per i diritti umani per sconfiggere queste scemenze che nel 2021 non hanno più senso. In Femmina evidenzio un aspetto caratteriale comune a tante persone, il maschio che si nasconde dietro alla virilità sapendo che la donna è la donna».
Al femminismo dedica una canzone specifica, Marilù. Per lei cos’è oggi il femminismo?
«Mi sono sempre battuto per i diritti, sono dalla parte di chi è in difficoltà e per la giustizia. Veniamo da 100 anni difficili, ora siamo noi a dover cambiare qualcosa: il mondo sta cambiando adesso, ed è per questo che è fondamentale mettermi dalla parte di chi questi diritti non li ha ancora conquistati».
Arriveremo mai a un mondo ideale?
«Di certo l’Italia sarà sempre un passetto indietro rispetto al mondo. Nel mio piccolo cercherò di utilizzare i miei spazi per sensibilizzare qualcuno. C’era una bella frase di Morgan su Rolls Royce: se anche una persona comprerà un disco dei Doors sarà un successo. Ecco, questo per me vale un po’ per tutto: se per due insignificanti parole una persona riesce a cambiare, posso dirmi felice».
In un mondo ideale la forza primitiva è sempre l’amore: lei come lo vede?
«Ho una visione molto cinica dell’amore, è qualcosa che appartiene a un tempo di leggerezza che non vivo più e che associo all’infanzia. L’amore è un po’ come la vita: a un certo punto la magia può svanire. L’amore è difficile, la coppia è difficile, il percorso è difficile: non è una strada spianata. Vivo l’amore non più come una favola, ma come un qualcosa da costruire, un vero e proprio lavoro».
Quindi non ci crede?
«Vivo di emozioni forti. Diciamo che credo nell’amore che si costruisce piano piano e non nell’amore facile».
E nei sogni ci crede?
«Vivo di sogni tutti i giorni, la costruzione di qualcosa che prima non c’era. Credo nelle persone che costruiscono i loro sogni».
Da bambino cosa sognava?
«Quello che faccio adesso».
E si è avverato tutto?
«Con grande fatica e dopo tanto impegno – sono sempre l’ultimo ad andare a letto e il primo a svegliarsi. Di certo si è avverata una parte».
Cosa è rimasto?
«Un obiettivo dopo c’è sempre: raggiunta una cosa, vuoi sempre qualcos’altro, o qualcosa di più o qualcosa di diverso. Da una parte è un bene, perché alimenta tutto quello che faccio».
Nel tempo difficile in cui stiamo vivendo, tra il virus e lo stop della musica dal vivo, di sogni ne abbiamo bisogno: è ottimista sul futuro?
«Sono ottimista sul fatto che usciremo da questa situazione. Ora è importante stare vicino a chi sta male e a chi è in prima linea a combattere questo nemico invisibile. Una volta che tutto questo finirà e non ci sarà più pericolo è importante, però, far ripartire il mondo dei concerti, un sistema flagellato da questo virus e non solo».
La chiusura non ha, però, eliminato la cattiveria che, per certi versi, si è anche amplificata. Lei come la vive?
«Cattiveria è una parola astratta. Se parliamo del giudizio degli altri, dobbiamo stare molto attenti prima di esporci e cercare di valutare diversi livelli di lettura. Personalmente sono abituato: scelgo io di mettere in piazza quello che faccio e, di conseguenza, accetto i giudizi, che non possono essere tutti positivi. Io me ne ne fotto, voglio che ci sia la critica ma, a livello generale, è importante tutelare i deboli da chi non si rende conto che una parola ha il potere di far prendere altre strade. Dobbiamo incoraggiare i ragazzi a fare di più, abbiamo bisogno di gente che cambi qualcosa».
Guarda in alto la video-intervista di Vanity Fair ad Achille Lauro >>