Le due facce di Charles Dance, tra presente e passato
A un certo punto, Charles Dance – attore britannico, classe ’46, volto di Tywin Lannister in Game of Thrones – decide di citare l’Amleto di Shakespeare per spiegarsi meglio, per centrare il tema di The Book of Vision di Carlo S. Hintermann, presentato alla Settimana Internazionale della Critica a Venezia, e dice: «Ci sono più cose in cielo e in terra, Orazio, di quante tu ne possa sognare nella tua filosofia». Mentre lo fa, mentre si prende questi pochi secondi, cambia tono e voce, si trasforma. E per un momento, incredibilmente, la persona scompare. E resta solo l’attore. In The Book of Vision, interpreta due ruoli, uno nel presente e l’altro nel passato: sono due facce della stessa medaglia, due punti di contatto per la storia e la trama del film. «Quando Carlo mi ha mandato la sceneggiatura», ricorda Dance, «ho immediatamente pensato che fosse ottima. E a quel punto è venuto a Londra e ci siamo incontrati. Non potevo non accettare».
Questa non è la prima volta che lavora in Italia, con un regista italiano.
«Anni fa ho lavorato con Paolo e Vittorio Taviani. Purtroppo Vittorio, oggi, non c’è più. Ricordo che fu un’esperienza stupenda. Faccio questo lavoro da quasi cinquant’anni. Ma lavorare con i Taviani, sul set di Good Morning Babilonia, è stato uno dei momenti più felici della mia vita».
Perché?
«Quando lavori con i Taviani, diventi parte della loro famiglia, vieni immediatamente accolto come uno di loro. E poi, devo essere sincero, adoro essere in Italia. Mi fa bene».
Addirittura.
«Sono una persona estremamente introversa, come lo sono molti attori. E poi sono inglese. Tenga presente anche questo. Gli italiani e la cultura italiana mi permettono di rilassarmi, di essere più presente: di vivere l’attimo».
In The Book of Vision c’è un’attenzione particolare per l’estetica. Per lei, come attore, quanto è importante poter lavorare con belle immagini?
«Molto. In questo film, abbiamo un bravissimo direttore della fotografia, Joerg Widmer: il modo in cui costruisce ogni scena, in cui usa la luce e le ombre, è incredibile. Non ha mai fatto la diva».
In che senso?
«Molti direttori della fotografia, quando ottengono un certo riconoscimento nel loro lavoro, diventano delle vere e proprie dive: si fanno desiderare. Joerg no».
Qual è la prima cosa che cerca in un nuovo progetto?
«La sceneggiatura. Se la sceneggiatura è buona, se riesce a coinvolgermi, ci sono ottime probabilità che anche il film lo sarà. Se invece la sceneggiatura è lenta e difficile, quasi respingente, non c’è una base solida da cui poter partire. Poi il regista, chi altro c’è nel cast, la location. E alla fine, certo, la paga. Ma la prima cosa resta la qualità della scrittura».
I soldi non sono importanti?
«Preferirei lavorare a un piccolo progetto, con un piccolo budget, ma che ha queste premesse, che a un progetto con un budget più grande, più importante, che ha una pessima sceneggiatura».
Lei ha lavorato in alcune delle serie tv più famose e apprezzate degli ultimi anni come Game of Thrones e The Crown. Lo streaming e la televisione, oggi, sono più liberi del cinema?
«Dipende dal punto di vista. Quello che so è che una volta il confine tra cinema e televisione era molto più chiaro, molto più netto. Oggi non è più così. Si producono cose incredibili, in televisione. Cose che possono tranquillamente competere, come qualità, con quello che si vede al cinema».
Ma lo streaming è un problema o un’occasione?
«Le compagnie come Netflix danno la possibilità a produttori e filmmaker di non doversi preoccupare di ogni cosa: con Netflix, hai una distribuzione globale, c’è chi si occupa di marketing e di pubblicità; e tu come creativo puoi fare il tuo lavoro».
Le sale sopravvivranno?
«Sono ottimista e non credo che il cinema morirà. Non credo che l’esperienza della sala, dello stare insieme, del poter condividere qualcosa con gli altri, con degli sconosciuti, finirà mai».
La prossima stagione di The Crown sarà la sua ultima stagione. Che esperienza è stata, per lei?
«Lord Mountbatten è stato un ruolo incredibile da interpretare, e la serie continua ad essere una delle migliori del piccolo schermo. Produttivamente non ha niente da invidiare al cinema. C’è un’attenzione artigianale, profonda, per ogni dettaglio. E poi il cast che è stato messo insieme nel corso delle stagioni raccoglie alcuni degli attori più bravi che ci sono oggi».
Ma chi era Lord Mountbatten?
«Un personaggio pubblico estremamente conosciuto. E in parte lo era per il suo rapporto con il principe Carlo, in parte per il rapporto che aveva con il principe Filippo. Era amato e odiato, forse allo stesso modo. C’è tantissimo materiale su di lui. C’è un documentario in dodici parti che parla di lui e che è stato scritto, presentato e prodotto da lui».
Ricorda il momento in cui ha deciso di diventare un attore?
«Avrò avuto 18 o 19 anni. Frequentavo la scuola d’arte. All’epoca studiavo graphic design e fotografia. Cominciai a seguire alcuni corsi di recitazione. E scoprii di voler essere un attore, non un graphic designer. Scattare fotografie, invece, mi piace ancora».
Che cosa significa, per lei, recitare?
«È quello che sono, è la mia vita. Io amo lavorare. Io voglio lavorare. E voglio farlo continuamente. Odio andare in vacanze. Per molte persone, lavorare significa guadagnare uno stipendio per vivere. Per me no. Ho un rapporto molto intimo con la recitazione; ne ho un bisogno fisico, viscerale. Un bisogno che sento in ogni momento – anche adesso che sto parlando con lei».
Come artista, come attore, si sente responsabile?
«La mia sola responsabilità è fare bene il mio lavoro. Non puoi fare contente tutte le persone tutto il tempo: è una cosa che devi ripeterti costantemente. Ma la speranza, quando fai un film, è che il pubblico ne venga scosso, turbato, non solo divertito. Nel cinema, si lavora con le emozioni».