Patrick Zaky: oggi sono duecento giorni che si trova in carcere
Patrick Zaky è in carcere da sette mesi. Era il 7 febbraio scorso quando l’attivista e ricercatore egiziano è stato arrestato appena atterrato al Cairo (dove era arrivato per trascorrere qualche giorno con la sua famiglia) e sottoposto a «detenzione preventiva» fino a data da destinarsi. Sono trascorsi più di 200 giorni e solo il 25 agosto, il ricercatore ha avuto la possibilità di incontrare molto brevemente sua madre. Si sono incontrati all’interno del carcere di massima sicurezza di Tora, poco distante dalla capitale egiziana. Pochi istanti in cui sua madre ha potuto constatare la salute del figlio, che sebbene dimagrito, è determinato a restare lucido e pronto ad accettare una detenzione che potrebbe essere ancora lunga e incerta.
Durante il colloquio Zaky ha saputo che molti amici e la sua stessa famiglia avevano inviato almeno una ventina di lettere, di cui gliene sono state recapitate solo due. «Siamo preoccupati per la salute fisica e mentale di Patrick» ha spiegato nel portavoce di Amnesty International Riccardo Noury. «Nella prigione di Tora, nella quale è detenuto, si continua a morire di Covid-19. A questo si aggiungono la frammentarietà delle comunicazioni con l’esterno e l’incertezza sul futuro».
Nonostante gli avvocati di Zaky abbiano presentato richiesta di scarcerazione, il tribunale ha prolungato di altri 45 giorni la sua detenzione. La detenzione è scattata in seguito ad alcuni post comparsi su un profilo Facebook che ha il nome di Patrick Zaky ma che la difesa ha definito «falso». Da qui le accuse di «incitamento alla protesta», «propaganda contro il governo» e «istigazione a crimini terroristici», per i quali l’attivista rischia fino a 25 anni di carcere.
Come sottolinea Amnesty International, che dal 7 febbraio si batte per garantire la libertà a Patrick Zaky, la situazione a cui è costretto l’attivista è resa ancora più grave dalla vasta diffusione del Covid-19 all’interno delle carceri egiziane e in quella in cui è detenuto. «Le preoccupazioni legate all’emergenza sanitaria sono fortissime. Riteniamo che sia un prigioniero di coscienza detenuto esclusivamente per il suo lavoro in favore dei diritti umani e per le opinioni politiche espresse sui social media».
Pochi giorni dopo l’incontro con sua madre, Patrick ha inviato un biglietto alla sua famiglia con la frase: «Sto bene e spero che anche voi siate in buona salute». Poche parole e chiare, forse le uniche che sia possibile far uscire da un carcere egiziano.