Gli indispensabili
Questo articolo è uscito sul numero 28-29 di Vanity Fair, in edicola fino al 28 luglio
Quando disegno penso sempre agli uomini e alle donne che indosseranno i miei abiti. Cerco di immaginare quali potranno essere le loro sensazioni. Mi chiedo se si sentiranno eleganti e a loro agio, per quali occasioni li sceglieranno e se potranno indossarli più volte nel corso del tempo. Sono domande che inevitabilmente mi pongo durante il processo creativo.
Perché la mia moda, che definirei realistica, è nata per essere al servizio della gente.
E lo è tuttora. È così dal 1975, quando raccoglievo il parere di mia sorella Rosanna e delle sue amiche che perprime indossavano le mie nuove giacche femminili. Da allora sono sempre andato controcorrente, cercando di superare le tendenze passeggere, rifiutando il concetto di spettacolarità fine a sé stessa, proponendo, al contrario, capi e accessori senza tempo che rispondessero alle necessità di uomini e donne «veri».
In questo percorso, che parte dall’idea per arrivare concretamente al cliente, gli addetti alle vendite ricoprono un ruolo fondamentale. Sono loro a trasmettermi le sensazioni che le persone provano quando indossano i miei vestiti. Non potendo avere un contatto diretto con il mio pubblico, mi affido al personale in boutique, che deve avere sufficiente competenza e conoscenza delle collezioni per trasferire il mio pensiero, la mia ispirazione, ma anche la sensibilità di cogliere l’umore e i desideri del momento. Sono il prezioso trait d’union tra me e i clienti. E attraverso il loro lavoro posso rendermi conto se sono riuscito ancora una volta ad arrivare alle persone.
Nella foto il team di addetti alle vendite della boutique Giorgio Armani in via Sant’Andrea 9, a Milano.
Questa, nel 1983, fu la sede milanese del primo negozio del marchio.