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Eravamo Mina vaganti

Ero a Lecce, la vigilia di Natale alle porte, la gente per strada, i regali dell’ultimo momento. Avevo la febbre alta, cercavo protezione sotto le coperte e ancora non sapevo che la vita stava per farmi un grande regalo. Il telefono cominciò a vibrare. In sovrimpressione, un numero svizzero. «I soliti disturbatori», pensai, «sarà pubblicità, quasi quasi non rispondo». Uno, due, tre, cinque squilli. La mano sul pulsante verde, la voce irritata: «Chi parla?». «Ciao Ferzan, sono Mina». Ho subito capito che non era uno scherzo. Che dall’altra parte c’era veramente lei. Mi dice delle cose bellissime sul mio lavoro. Cerco di replicare con la stessa gentilezza, ma lei mi ferma immediatamente: «Qui non stiamo parlando di me, ma di te». Mina rifiuta l’adulazione, i complimenti, le blandizie. Mina si mette in ascolto. Mina vuole veramente sapere.

Passa un po’ di tempo. Qualche settimana, forse un paio di mesi. È quasi notte e mi arriva un altro messaggio. È suo. Mi parla di un mio lavoro: «Sai che Saturno contro è un film davvero speciale?». Ringrazio, le dico che farò sogni meravigliosi e al risveglio ci cerchiamo ancora. Da allora sono passati tre anni e ci sentiamo quasi tutti i giorni. Non ci siamo mai visti, non so neanche se ci incontreremo mai o se il desiderio rimarrà nell’atmosfera, come un’intenzione. Sembriamo due personaggi dell’800, di quelli che intrattenevano lunghi rapporti epistolari. Loro si scrivevano lettere, noi ci mandiamo messaggi, note vocali, poesie. Le sue sono sempre più luminose delle mie, ma non può essere soltanto un semplice caso. Mina è luce e io sotto la luce di Mina sono cresciuto. Una luce d’infanzia, di inizio, di gioventù, di coraggio e di ispirata commozione. La luce di un’epoca meravigliosa in cui tutte le promesse erano possibili.

Sono arrivato a Roma a fine anni ’70, andando a vivere, fin dal 1978, con Valter, il mio ex compagno, all’ultimo piano della stessa casa affacciata sul Gazometro in cui abito ancora oggi. Il palazzo era abitato da pochissime famiglie, qualche gay e un gruppo di amici diventati presto legami fraterni con cui davamo vita ai pranzi domenicali che misi in scena anche ne Le fate ignoranti. Uno dei partecipanti lavorava in radio, alla Rai. Aveva il privilegio di ottenere i 33 e i 45 giri prima che venissero commercializzati. Me lo ricordo salire le scale sornione, arrivare affannato al sesto piano di un edificio senza ascensore e tirare fuori da dietro la schiena, con tutte le arie del caso, i dischi di Alan Sorrenti, Patty Pravo e della nostra preferita. «Uno, due, tre, guardate un po’ cos’ho qui», diceva e improvvisamente, con il graffio di quel genio di Mauro Balletti, nella stanza, accompagnata dalle urla stupite, splendeva l’iconografia di un altro genio, Mina, proiettata da quelle copertine pazzesche. Anticipatorie. Così moderne e pittoriche da essere contemporanee anche nel 2020 e far impallidire Lady Gaga o Madonna.

Per noi l’uscita di un album di Mina era un evento. Su quei dischi armavamo delle vere e proprie aste alzando da un lato la posta dell’offerta per accaparrarceli, dall’altro tacitando le stupide, le scettiche, le bastian contrarie in pantaloni lunghi che tra noi – non mancavano mai – avevano sempre qualcosa da ridire: «Secondo me questo disco andrà male», «Ma stai zitta e taci, non ti permettere». Di lei parlavamo in continuazione. Per lei ci schieravamo. Difendendola dalle voci malevole perché le divinità non si toccano e non si discutono. Si amano. Si venerano. Il mito di Mina era nell’aria, come in certe vetrine leggendarie del centro storico davanti alle quali passavamo in estasi osservando i vestiti sgargianti con un’ansia di scoperta e di vicinanza che ci rendeva meno lontano il nostro simbolo: «Sai che questo negozio confeziona gli abiti di Mina?».

Ora che la conosco, capisco che Mina e il suo mistero contengono tante cose. Che la sua voce ne contiene tante altre. Che dietro una parola ce ne sono molte non dette, non meno importanti. Mina non è solo la cantante famosa o il timbro capace di interpretare un angolo di Napoli, la musica classica, la Bossa Nova, il Tango o la canzone più melodica che esista. Mina è una cultura. Mina è amore. Mina è passione. Mina è rispetto. Mina è uno sguardo. Mina è vedere la vita con altri occhi che non siano i tuoi. Mina è un orizzonte di unicità. Mina è il nostro capo, anche spirituale. Quando con i reduci del tempo che fu ci riuniamo, ci capita di parlare di lei. Tra noi ironicamente ci chiamiamo le mummie. Una volta l’ho messa in viva voce: «Ciao, sono qui con le mummie». Si è divertita: «Voglio essere una mummia anche io». Mina sa ridere e sa calarsi nelle tue corde. Quando penso a un progetto, so che lei c’è. È lei a leggere per prima i miei libri, compreso l’ultimo, quello che uscirà il 24 marzo. È lei a conoscere il plot dei miei film. So che mi ispira. Che mi guida. Anche nei momenti più difficili della mia vita.

Qualche anno fa mio fratello si ammalò gravemente. Andai a trovarlo in ospedale. Ero consapevole che stesse morendo perché certe verità le conosci anche senza bisogno di esplicitarle. Fuori splendeva una bella giornata. Il cielo terso, limpido, consolante. Decisi di fargli indossare i miei occhiali da sole e lo portai fuori in sedia a rotelle. Passeggiavamo all’esterno della clinica e io credevo di renderlo più allegro, ma a un tratto lo vidi incupirsi: «Asaf, non sei felice? Non è bellissima questa mattina?». Mi accorsi che c’era qualcosa che non andava e mentre salivamo in ascensore, in un silenzio pieno di pensieri, cominciai a farmi delle domande: «Forse», mi dico, «vedere il mondo fuori non gli è piaciuto». Ero assalito dai dubbi e feci una cosa anomala. Gli scattai una foto e la mandai a Mina. Un gesto che non avrei fatto in nessun’altra occasione al mondo, una confidenza che non mi sarei permesso neanche con Simone, il mio compagno. Con Mina, un punto di riferimento assoluto, sentivo di poter osare. Abbiamo un rapporto speciale. Sapevo che la foto era in una cassaforte in cui lei, senza giudizio, l’avrebbe custodita. La sentii. Era felice di quella confidenza. Mi disse le parole giuste, sia nel momento del dolore a posteriori: «La morte fa orrore, la morte è inaccettabile», sia in quel frangente. Mi domandò: «Tuo fratello era contento di uscire all’aria aperta?». Non risposi, ma capii che lei da così lontano aveva compreso ogni cosa.

Mina ha una lungimiranza quasi messianica. Io la chiamo la grande strega. Una strega buona, anzi buonissima che però vede cose che gli altri non intuiscono nemmeno. Le indovina. Le legge. Le decritta.
Scambiarsi pensieri con una creatura così è un arricchimento e una lezione di libertà. Magari in mezz’ora faccio le cose che gli altri fanno in tre giorni, ma ho un’indole molto pigra. Se devo presenziare a qualche evento con Simone soffro spesso e fatico a capire chi dei due ne abbia meno voglia. Poche sere fa ce ne è toccato uno ed eravamo entrambi scocciatissimi. Ero al telefono con Mina e le dico che purtroppo devo interrompere la conversazione perché si è fatta l’ora di uscire. «Non ci andate Ferzan», dice lei. «Fate solo quello che volete fare davvero. Leggete un libro, guardate un film, dormite, mangiate. Non c’è niente di più bello di non fare niente. Alla gente dispiace? Pazienza». Finita la telefonata ero entusiasta. Leggero. Sollevato. Sapevo già che non esiste niente di più prezioso di saper dire di no. Ma la sua spinta è stata importante. Mina non me l’ha suggerito, me lo ha confermato. Non servono anche a questo gli amici? Soprattutto quelli generosi? Mina lo è. Una rivoluzionaria gentile. Una donna che non ha mai parlato di politica, eppure, a suo modo, è stata la più politica di tutta la sua generazione. Ha cambiato il costume, la percezione, persino la narrazione dell’amore. Ha sempre detto e fatto quel che ha preferito dire e fare. Ha trattato tutti allo stesso modo, senza mai guardare al nome, alla carica o al patrimonio.

La mia amica sta sempre un passo indietro a se stessa e sempre un metro avanti a tutti gli altri. Ogni tanto, da generosa, mi fa dei regali. È accaduto anche con La Dea Fortuna. Le mandavo stralci della sceneggiatura dal Brasile e lei rispondeva in tempo reale. Un giorno mi arriva una canzone splendida, Luna Diamante. «Se vuoi puoi usarla», sussurra. La mando subito a Pietro, il mio bravissimo montatore. «Sai che potrebbe essere perfetta qui?». Mi fido di Pietro e lo lascio lavorare. Poche ore dopo le note di Mina accompagnano il viaggio in traghetto di Stefano Accorsi ed Edoardo Leo verso la Sicilia. Le mando il frammento e lei mi risponde entusiasta. «Sono felice che ti piaccia, pensavo di mettere un’altra tua canzone alla fine. Che ne dici?». «Ma perché Ferzan? Non esagerare». Quando mi chiedono di intercedere con lei per farla partecipare a qualche operazione, a un documentario, magari anche bello, lei inderogabilmente si sottrae. «Guarda», sorride, «non voglio saperne niente. Lasciatemi nell’ombra. Lì voglio stare, nell’ombra». Non c’è, ma è una presenza molto forte. Non si vede, ma è sempre all’orizzonte. Con lei i versi di Attilio Bertolucci: «Assenza, più acuta presenza/ Vago pensiero di te/ vaghi ricordi turbano l’ora calma e il dolce sole» non valgono. Lei c’è, la respiri e non ha età. Quando mi dicono che compirà ottant’anni non ci credo. Per me Mina ne ha al massimo quaranta e per l’energia che emana, anche molti in meno. Mina vagante che per fortuna nessuno ha saputo disinnescare. Eterna. Con le sue mille anime. Con il suo mondo, che è anche il nostro e lo sarà anche domani.

Foto: Mauro Balletti/Archivio PDU Music&Production




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