Sono Rancore, rompo parole
Parlare con Rancore è come guardarlo frugare dentro un grande baule dal quale tira fuori immagini, piccoli mondi che sa raccontare con parole precise e, se possibile, sempre diverse. «Mi fanno spesso le stesse domande, non voglio dare le stesse risposte», spiega. Trent’anni, sulla scena hip hop da quindici, è arrivato decimo al Festival di Sanremo, ma ha vinto il Premio Bardotti, quello per il miglior testo.
Tra le cose che ha già dovuto dire molte volte c’è anche il perché di quel nome d’arte. Quello vero è Tarek Iurchic: madre egiziana, nonno di Fiume, lui romanissimo. «Rancore l’ho scelto a 15 anni, età in cui quel sentimento lo frequentavo spesso. Con il tempo ha cambiato senso: come se il mio costume da supereroe avesse sempre gli stessi colori, ma un’altra forma. All’inizio era un nome da battaglia, ora so che questo rancore non fa paura più a nessuno, se non a me stesso. È come – ma questa l’ho già detta, la avviso – Batman che si veste da pipistrello per spaventare i cattivi, ma quello che ha paura dei pipistrelli è lui».
Perché un rapper va a Sanremo?
«Io ci sono andato perché avevo qualcosa da dire, e mi piaceva l’idea di farlo da lì. Eden, la mia canzone, seguendo il rotolare della mela del peccato originale, parla di tutte le volte in cui l’uomo, nella storia, ha dovuto scegliere. Penso che anche questo sia un momento in cui siamo di nuovo chiamati a farlo. Non ho risposte sulla strada da prendere, lascio delle domande. Scrivo sempre cose che hanno più livelli di interpretazione, ho chiamato il mio genere hermetic hip hop».
Quel palco non avrebbe consigliato, invece, di essere il più semplici possibile?
«Teoricamente sarebbe così. Ma invece io ho portato un brano – che avevo già scritto senza pensare al Festival – che aumenta il livello di complessità in modo radicale, ed è quello che volevo. La complessità è necessaria in un periodo in cui tutto tende a semplificarsi per essere usufruito subito».
La sua scommessa è stata premiata con il riconoscimento per il miglior testo.
«Un premio che per chi, come me, lavora sulle singole parole è una vera medaglia. Ma, anche se io non mi sento rappresentante di niente e di nessuno, credo che quel riconoscimento sia anche un attestato a un genere, il rap, che spesso è stato oggetto di pregiudizi o interpretazioni errate. E invece il rap può essere anche profondo, un linguaggio comprensibile anche da un pubblico più grande di quello che si possa pensare. Lo vedo anche dai social: la gente mi scrive che ascolta Eden e ogni volta scopre qualcosa di nuovo. Come se la canzone fosse un gioco. Che, poi, è quello che la musica deve essere, un intrattenimento».
Quanto tempo ci mette a scrivere le sue canzoni complicate?
«È difficile dirlo, perché anche se scrivi in 5 minuti c’è voluta tutta la vita per arrivare a quei 5 minuti. Quindi diciamo che, di media, io ci metto tutta la vita e tre giorni. Tre giorni in cui sto tutto immerso in quella cosa. Mi piace molto quando ho una canzone finita a cui manca una rima. Mi sento come il matematico che cerca il punto per chiudere l’equazione. Allora esco e ascolto la gente parlare, e quella rima posso trovarla origliando una conversazione al bar. C’è sempre una soluzione nelle parole, anche a costo di romperle, come si fa nel rap. Poi quando la trovo e riguardo tutto il testo a volte mi chiedo se l’ho scritto io o se l’ispirazione mi è caduta come una pioggia sulla testa».
Le parole l’hanno sempre affascinata?
«Quando ero piccolo mi piacevano i numeri. Amo la musica perché è un modo di rendere emozionale la matematica o matematica l’emotività. Ha dei limiti dati dalle regole, che devi conoscere, ma al loro interno puoi dire quello che vuoi. Con la musica ho trovato la sintesi tra i numeri e le parole, e così non ho dovuto scegliere gli uni o le altre».
Quando ha cominciato?
«A scuola, facevo il liceo scientifico, giravo i quaderni e ci scrivevo le rime, per poi rigirarli e prendere gli appunti delle lezioni. Vengo dalla scena hip hop quando il rap non era ancora esploso come oggi e quando la tecnologia non era ancora in simbiosi con la musica. Quando ho iniziato non so nemmeno se avevo internet a casa. Io mi sono fatto conoscere andando alle gare di freestyle, prendevo il pullman e arrivavo in posti mai sentiti, facevo la notte in bianco e all’alba ritornavo in tempo per la campanella».
Che cos’è il rap?
«Una musica che si è reinventata la musica di prima. L’hip hop non nasce da una chitarra, ma da un giradischi e da un dj che ricompone cose già scritte. È un principio di energia: siccome il rap reinventa, si può anche sempre reinventare».
Come ha capito che questa sarebbe stata la sua strada?
«Quando per seguirla ho dovuto fare delle scelte. Non sempre è stato facile, ci sono stati dei momenti, in questi 15 anni, in cui ho dovuto faticare tantissimo per riuscire a fare un disco. Alla fine ce l’ho sempre fatta, poi, e quei dischi, i più difficili, sono quelli che ho amato di più. Come tutti i ragazzi normali, nella vita ho fatto anche altri mestieri, soprattutto quelli che hanno a che fare con le pulizie, in cui sono bravissimo. Il mio sogno è aprire una impresa che ti elimina da casa lo sporco e anche gli spiriti, tipo Ghostbuster. Credo che pulire dove gli altri hanno sporcato mi dia l’impressione di pulire anche me stesso».
Lei è nato, cresciuto e rimasto nel quartiere Tufello, a Roma. Non ha mai pensato di andarsene?
«È l’unico posto in cui potrei stare perché ci trovo la mia pace. È un luogo pieno di cortili, come labirinti, dove giocavo da piccolo e che ancora mi danno un vero senso di protezione. Le mie fantasie di bambino sono rimaste incastrate in quei muretti rotti. Tantissime canzoni le ho scritte lì».
Non ha molte foto sul suo account Instagram.
«Ho un rapporto strano con i video e le foto. In questa epoca piena di immagini sto un po’ con la guardia alzata, quasi in modo irrazionale, come se il mio istinto dicesse: attento ai tuoi fotoni, sono preziosi, con ogni fotone che va via, rischi di scolorirti e tra vent’anni sarai in bianco e nero».
Perché porta sempre il cappuccio?
«È un simbolo che ho fatto mio. Come diceva San Francesco d’Assisi, che lo chiamava cucullus, è un modo per mantenere la fanciullezza, creando il silenzio e il vuoto in sé. Come quando un bambino si costruisce un castello di cuscini».
Perché, a Sanremo, ha rubato il cartonato di se stesso?
«La tentazione di farlo ce l’ho avuta subito il primo giorno, quando l’ho visto. Ma mi pareva brutto rovinare l’allestimento. Però a fine Festival, quando sapevo che poi l’avrebbero buttato via, non ho resistito. Mi piaceva, visto il nome che porto, fare una cosa simbolica: portare via il rancore da Sanremo».