Michele Bravi: «Ho avuto paura da impazzire»
Questo articolo è stato pubblicato sul numero 9 di Vanity Fair, in edicola fino al 4 marzo.
Era appena uscito dallo studio di registrazione per un album che non esisterà mai. Strumenti da caricare in quella macchina affittata, parcheggiata al di là della strada, in un viale a doppio senso, «Michele, portala dentro in cortile». L’immissione in carreggiata per entrare nel carraio lì davanti, che viene però accertata come inversione a U dai vigili che accorrono sul luogo dell’incidente. Il 22 novembre 2018 muore una donna di cinquantotto anni, alla guida della sua moto. Da quel giorno uno tsunami di dolore gli fa perdere il contatto con la realtà.
L’incomunicabilità, le allucinazioni, la paura di perdersi per sempre in quel mare buio. Mesi di silenzio, personale e mediatico, in attesa del processo, mentre quello pubblico lo dichiara colpevole, immediatamente. Mesi di cure, affidandosi alla terapia Emdr («Eye Movement Desensitization and Reprocessing»), metodo psicoterapeutico per il trattamento dello stress post traumatico, che lo aiutano a risalire e a ritrovare la parola. E la musica.
Piano piano torna alla realtà, legge moltissimo, ascolta tanta musica, inizia a vedere le cose in modo diverso, si sente più lucido, prova anche a ricominciare a sorridere, anche se difficilmente la testa si sposta da lì. Il 23 gennaio di quest’anno Michele Bravi sceglie di patteggiare. Di dire che è colpa sua. Di chiudere, almeno legalmente, questa storia fatta solo di dolore. Ma in aula, forse anche a seguito di un’intervista rilasciata in tv, si presenta Alberto Pallotti, presidente dell’Associazione italiana familiari e vittime della strada, a costituirsi parte civile. E il giudice rinvia ogni decisione all’11 marzo. Di nuovo niente va come previsto. Ma questa volta Michele decide di non lasciare vincere il baratro. Ha un disco che vuole far uscire, perché dentro c’è la strada che l’ha riportato alla realtà. Ha bisogno che quel percorso venga condiviso, per aiutare chi cerca una via di uscita dal male. Si chiama La geografia del buio ed esce il 20 marzo. Ne lascia suonare un brano, mentre parla, trattenendo spesso le lacrime, a volte fermandosi per lasciarle uscire: Mantieni il bacio fa sentire addosso il dolore che ha provato, indicando la via della risalita.
Riparte da un disco?
«È il mio modo di indicare quello che mi è stato suggerito. Sento la responsabilità di far passare il messaggio che mi ha salvato».
Il 23 gennaio ha chiesto il patteggiamento, ha scelto di dire che è colpa sua.
«Mettersi a fare un processo pubblico nei confronti di qualcuno che non c’è più e far subire quel dolore a chi quella persona l’ha persa è una cosa che non farò mai. Ogni volta che si rievoca quel giorno per me è come mettere su un piatto comune qualcosa di molto privato. Prendersi la colpa è la scelta di questa consapevolezza. Mi interessava poter chiudere, almeno legalmente. Per interrompere questo ciclo di dolore».
Si aspettava il rinvio?
«No, non lo avevo previsto. Mi auguro che l’11 marzo ci sia una risoluzione. Non ho interesse a lottare per anni rispetto ai tempi della giustizia. Sono tutelativi, ma ogni rinvio è un pugno sullo stomaco. Per me e per l’altra famiglia. In quell’incidente abbiamo già perso tanto».
Lei si era perso?
«Tante cose non le ricordo nemmeno, ma ci sono stati tanti miei atteggiamenti, tanti modi di comportarmi che non riu- scivo a tradurre. Ho cercato di rimanere a contatto con il re- ale, ma è stato impossibile. Un crollo totale».
Che cosa vuol dire?
«Allucinazioni visive e sonore. È difficile da far capire. Avevo perso completamente il confine tra quello che era reale e quello che non lo era. Non riuscivo neanche più a capire se chi mi stava vicino era vero o no. Più vero di altre cose che vedevo o sentivo. Ho avuto paura di impazzire».
Come si è salvato?
«Quando sono tornato a casa, dai miei genitori, c’era solo una persona con me. Mi stavano accanto tutti, ma non sapevano come interagire con quel male che si stava manifestando in maniera così diretta. Avevo difficoltà a recepire i messaggi. Ci riusciva solo questa persona che mi ha costretto ad andare in terapia».
Chi è questa «persona»? Perché ne parla all’impersonale?
«È un ragazzo. Che è stato lì con me e mi ha fatto capire la responsabilità di dover risolvere un dolore del genere. Mi ricordo che ho provato moltissima rabbia. Pensavo non potesse capire. E oggi mi chiedo cosa mi sarebbe successo se non mi avesse obbligato».
Era innamorato di un ragazzo.
«Non c’è alcun coming out. È la cosa più naturale per me, ora, dirlo».
Dov’è lui ora?
«Se n’è andato a febbraio».
Si è sentito abbandonato?
«Non è stata una scelta. Non poteva restare in Italia. Se ho trovato un orientamento nel buio è solo merito suo. Mi ha indicato la terapia, mi ha accompagnato, ha fatto in modo che potessi proseguire da solo. Poco prima di andarsene mi ha raccontato la sua storia. Ho scoperto che aveva esperito un dolore forse ancora più grande del mio e non lo sapevo. Non avrei neanche potuto sospettarlo. È una delle persone più equilibrate che io abbia mai conosciuto. Mi sono sentito in colpa per tutte le cattiverie che gli avevo detto. Se oggi parlo è perché penso sia importante passare questo suggerimento, la terapia. Sento il senso di responsabilità di far girare questa informazione, come lui ha fatto con me».
Ne parla come se lo avesse perso per sempre.
«Non tornerà più. Ma forse è giusto così, non posso tenerlo legato. È il mio modo di ridargli il bene ricevuto».
Ha perso molte persone?
«Tante, sì. Eppure non provo risentimento, ma sconcerto per tutto il passato che abbiamo condiviso perché oggi mi sembra di averlo affidato alle persone sbagliate. Avrei dovuto capirlo molto prima».
Oggi come sta?
«Il percorso è ancora lungo. Parlare del futuro è pericoloso, ma ho imparato che nel buio si può vivere. Oggi sono più lucido».
Ha avuto paura di rimanere incastrato in quel buio?
«Completamente. L’unica cosa che ho detto quando sono entrato dalla dottoressa la prima volta è stato: salvami».
Come funzionano le sedute?
«Non so spiegare la meccanica, c’è una riattivazione di tutta la memoria corporea. Quando trattavo l’incidente risentivo l’incidente fisico. Non so come trasmettere queste informazioni nella maniera giusta, io non ci avrei mai creduto prima, ma per risolvere un trauma devi risentire tutto. È stato fisicamente molto forte. Nel disco c’è una canzone, Storia del mio corpo, che parla di questo».
Quando ha ripreso a «lavorare»?
«Fino a maggio non avevo nemmeno la capacità di immaginare una mia canzone. Ho ricominciato quando ho sentito la responsabilità di raccontare un pezzo del mio labirinto. Per fare quello che i quadri, i libri, la musica hanno fatto con me».
La sua musica l’ha aiutata a uscire dal silenzio?
«Lo spiego in Mantieni il bacio. Quando la tua mente va da un’altra parte, la tua unica consapevolezza è il tuo corpo. Mi sono aggrappato alla sensazione delle labbra sul viso. Ho trattenuto in un bacio tutto il male, tutta l’aderenza con il reale, come fosse un’ancora. Per me è stato importantissimo. E nei mesi in cui non mi orientavo più, usavo quel momento lì. Lo uso ancora oggi. Quella frase mi ha spiegato come rimanere qui».
L’avrebbe portata a Sanremo?
«Ho provato, non mi hanno preso».
Le è dispiaciuto?
«Probabilmente sarebbe stato più difficile farlo che non farlo. C’è un dispiacere personale, non professionale. Per me dire a qualcuno di mantenere il bacio è riassumere nella maniera più potente quello che mi è stato suggerito per mesi, la forma più sintetica della salvezza al dolore. Avrei solo voluto dire quella cosa, a tante persone».
Ce l’avrebbe fatta a reggere quel palco?
«Non lo so. Probabilmente quando ho deciso di provare non ho riflettuto troppo sulle conseguenze».
Ora quindi?
«Ora voglio comunque mandare quel messaggio. La voglia di fare del bene è più forte della paura. Se ora parlo, se ora canto, è solo per questo».