Coronavirus, cosa succede se sei un italiano a Shangai
Roberto ha 35 anni e vive a Shangai, dove lavora per un’azienda italiana. Tra due giorni salirà su un volo diretto a Roma e ci resterà per due settimane prima di rientrare in Cina. In questa mail ci ha raccontato, con l’ironia terapeutica a scacciare (almeno per un po’) la paura, cosa significhi vivere a due passi dal coronavirus. Finora in Cina sono morte centosei persone dopo aver contratto il virus, ma i dati cambiano di giorno in giorno. Si stima che le persone infettate in Cina siano oltre quattromila ed è stato registrato anche il primo caso in Europa, in Germania.
«Mi sveglio presto tutte le mattine. Ieri sera, come da una settimana a questa parte, sono andato a letto alle dieci perché qui ormai è quasi tutto chiuso, ristoranti, locali, persino i karaoke che amo. Appena esco dalla mia camera, la mia coinquilina (anche lei italiana) dal bagno mi dice di lavarmi le mani con il nuovo sapone che ha comprato, almeno una volta ogni ora. “Dobbiamo detergerci spesso”, mi dice, “così rischiamo meno di prendere il coronavirus”.
Lei ha deciso che non vuole uscire di casa, ha il volo per tornare in Italia fra quattro giorni ma mi dice che vuole mettersi alla prova: trascorrere almeno 96 ore di continuo in casa. È una prova di forza con se stessa. Secondo me ha solo paura ma lei dice che non si sente in pericolo per niente.
Io invece dopo essermi vestito bene, per ripararmi dal fa freddo, ed essermi messo la mascherina adatta, comprata su Taobao (ne ho prese 12 a 200 RMB che sono 28 euro circa), esco di casa. Nel corridoio del mio palazzo incontro un fattorino di Eleme, che tradotto significa “Hai fame”. Un’applicazione che porta il cibo a casa, sta suonando proprio alla mia porta. È per la mia coinquilina che ha ordinato del cibo. Qui è una prassi farselo portare a casa, con o senza epidemia in corso.
In strada non c’è proprio nessuno, una città da più di venti milioni di abitanti che sembra deserta, giusto qualche motorino elettrico e un paio di taxi. Nessuna persona. Solo una signora sul marciapiede difronte, avrà 60 anni e fa Tai Chi.
Vicino casa nostra c’è Starbuck’s, il caffè non è buono ma almeno spero di vedere qualcuno. Appena entro, i commessi con mascherina, mi augurano il buon anno e mi provano la febbre con la pistola. Per fortuna sto bene. Mi passa la voglia di sedermi e decido di andare a fare la spesa.
La strada che faccio è piena di negozi, i cinesi adorano lo shopping. Ci sono Prada, Gucci, Muji, Uniclo. Sono tutti aperti ma sono tutti anche vuoti. Mentre cammino mi ricordo che per arrivare al market devo passare proprio accanto all’ospedale. “Cosa faccio?” penso, “Cambio strada? L’allungo e non ci passo vicino o vado tranquillo”?. Decido di essere coraggioso, o incosciente e continuo passando accanto all’ospedale, le cui finestre affacciano a pochi metri da me. Non noto niente di strano, non ci sono file o panico, tutto anche li sembra essere vuoto.
La metro non ci ho proprio pensato a prenderla, i luoghi affollati cerco di evitarli anche io. Nella chat di gruppo, dei miei colleghi in Cina oltre al resoconto dei malati e morti, per regione e città, stamattina mi sono arrivate foto in cui la metro era completamente vuota. Molti stanno ripartendo per l’Italia visto che qui gli uffici saranno chiusi ancora almeno per dieci giorni. Un amico da Malpensa mi ha detto che in aereo, prima di scendere, hanno provato la febbre a tutti i passeggeri, due volte. Anche io devo tornare in Italia per lavoro, ma cerco di non farmi prendere dal panico della partenza.
Al supermercato c’è tutto: verdure, frutta, cereali, anche uno che con la mascherina sembra seguirmi e tossire ogni volta che mi si avvicina. Ma perché lo fa? Forse è un untore, scherzo tra me e me o forse sto diventando paranoico. Penso a quel nonno, al reparto biscotti, sembra inglese, che sta con il nipotino in carrozzina. Sono entrambi senza mascherina, a loro il virus lo attaccherebbe in un secondo.
Tossisce ancora e io inizio a innervosirmi, allora prendo quattro cose e torno a casa. Quando rientro trovo la casa tutta in ordine, i mobili hanno cambiato posizione, i libri e i dvd ora si possono addirittura prendere. La mia coinquilina deve riempire le sue giornate da reclusa e ora sta sistemando anche l’armadio. Mi ricorda di lavarmi le mani, sopratutto adesso che sono tornato da fuori e mi dice che terrà la mascherina anche in casa, per alcune ore. Per precauzione, visto che sono uscito. Mi obbliga anche lei a provarmi la febbre, non vuole rischiare di averla il giorno in cui deve partire. Non vuole che la lascino a terra. Mi ribadisce comunque che non si sente in pericolo.
Io davvero non so cosa fare, mi metto difronte al computer e cerco qualche sito italiano. Non so, potrei guardare tutte le nuove puntate di Masterchef o una serie tv ma ne ho appena finita una. Mi annoio, allora prendo i tarocchi con il libro che sto leggendo per imparare. La mia coinquilina intanto compila delle application per cercare un nuovo lavoro, non in Cina dice, vorrei il Giappone, ma non mi sento in pericolo eh.
Mi arriva una notifica sul cellulare. È Tantan, il Tinder dei cinesi: una ragazza con cui mi scrivo da alcuni giorni finalmente mi vuole vedere, e per di più stasera.
Cosa faccio? penso. Dove la posso portare? Forse in quel locale russo in cui i baristi portano la mascherina e i cocktail sono buoni, così non rischiamo. Allora chiedo un consiglio alla mia coinquilina. Lei mi guarda schifata, mi dice che se esco e sopratutto vado a casa di qualcuno cambia la serratura della porta. “Ma non lo sai che il virus passa attraverso la saliva!” Poi mette una canzone nuova che le è appena arrivata sul cellulare da un’amica cinese. È un rap, s’intitola Fuck Wuhan (la città in cui è scoppiato il virus) e inizia con due colpi di tosse».