Jannik Sinner, tennis e semplicità («e le parole di Federer»)
Nell’aria l’odore del caffè, dalle persiane i primi raggi di luce. È l’alba di una nuova era per il mondo del tennis, che nel giro di qualche anno saluterà le tre leggende che hanno monopolizzato gli ultimi decenni e schiuderà le porte a una nuova generazione di campioni. Tra questi, farà di tutto per esserci Jannik Sinner, gioiellino altoatesino classe 2001, che dopo una stagione strepitosa è volato tra i top 100 del ranking mondiale. «Spero che questo sia solo l’inizio», ci rivela il nuovo brand ambassador Lavazza durante il sorteggio delle Next Gen ATP Finals 2019 nel flagship store dell’azienda torinese, che è anche sponsor dell’evento. «Pensare che fino a qualche anno fa ero uno sciatore».
Prego?
«Dalle mie parti (Sesto Pusteria, ndr) ci si approccia prima con sport invernali. Pure io ho iniziato con lo sci, sono stato anche campione italiano di slalom gigante a sette anni».
Poi che è sucesso?
«Un giorno mio papà mi portò con lui a giocare a tennis, lo praticava con gli amici per divertimento. Mi è piaciuto e così abbiamo preso un maestro: ricordo ancora gli allenamenti di un’ora, il martedì e il giovedì».
Era ancora uno impegno marginale.
«Sì, perché nel frattempo continuavo anche a sciare. Poi a 13 anni, colpa anche di una stagione con pochi risultati e del divertimento che diminuiva, ho deciso di dedicarmi interamente al tennis».
C’è quindi anche l’elemento del divertimento alla base del suo switch?
«Certo, non mi piaceva allenarmi così tanto per una performance di un minuto e mezzo. Sugli sci se fai un errore sei fuori, nel tennis invece puoi rimediare: negli Slam arrivi a giocare anche cinque ore».
Qual’è stato, secondo lei, il turning point?
«All’inizio vincevo poco, poi è arrivata la proposta di andare ad allenarmi a Bordighera nel centro di Riccardo Piatti e lì mi è cambiata la vita. Sono andato via di casa, lasciando la famiglia, gli amici e – definitivamente – gli altri due miei sport, perché io giocavo pure a calcio».
Ha qualche rimpianto? O meglio, c’è qualcosa che le manca dell’adolescenza?
«Sono sano fisicamente, sono sereno psicologicamente. Questo per me è fondamentale. Poi mi basta una racchetta per essere felice, quando sono in campo non mi serve altro».
Non ha mai pensato di mollare tutto e tornare a casa?
«No, siamo ancora ai primi passi. E conoscendomi non credo che avrò questi pensieri nei prossimi anni: alzeremo il livello, sia mio che dei miei avversari. Mi conosco, per me è una sfida con tante motivazioni: perché dovrei fermarmi?».
Non so, nel caso preferisse fare altro.
«Io credo di poter fare tutto, se voglio. Noi tennisti siamo spesso in viaggio, ma ci sono anche periodi a casa in cui ci alleniamo. La vivo tranquillamente, lo sport è la priorità ma se ho bisogno di fare una cosa posso prendere mezza giornata libera. Anche se ancora non è mai successo».
E il lavoro paga: è il più giovane tennista italiano a essere entrato nella top 100 ATP. Sente la pressione?
«Sicuramente c’è e la sento: più vinci e più pressioni hai e, soprattutto, te ne metti da solo perché alzi l’asticella. Per adesso la sto gestendo bene, spero di continuare così».
Non per aggiungerne altra, ma pure Roger Federer ha avuto dolci parole per lei.
«È capitato di allenarsi insieme, una persona fantastica. Ci siamo detti poco, ma mi ha fatto i complimenti perché secondo lui sono un buon giocatore, devo continuare su questa strada. Poi sa che mi allena Riccardo, che fa crescere i suoi atleti anche come persone. Un aspetto a cui Federer crede molto».
Si immagina il futuro del tennis senza Federer?
«Senza di lui, ma poi anche senza Djokovic e Nadal, leggende che hanno fatto la storia di questo sport. Arriveranno altri campioni, noi italiani stiamo facendo il nostro: è stata una grande stagione, con Berrettini alle Finals. Ogni giocatore spinge l’altro a fare meglio, il movimento si muove unito».
Il caffè è pronto.