Manuel Bortuzzo: «La lesione midollare non è completa»
Sentire parlare di fortuna da Manuel Bortuzzo è davvero cosa che suona strana perché questo ragazzo ventenne è stato colpito dalla massima delle sfortune a leggere la cronaca. È stato ferito da un colpo di pistola nel febbraio del 2019. Gli aggressori, già condannati in primo grado, pensavano che fosse un’altra persona. Invece era un incolpevole promessa del nuoto azzurro, capace dopo pochi mesi da quella sparatoria di tornare alla vita.
«Rinascere» è il titolo del libro, edito da Rizzoli, in cui racconta la sua fortuna, una fortuna che si misura in millimetri, una misura piccolissima, come quei millesimi che decretano la vittoria in una gara di nuoto.
«Se mi avesse colpito dodici millimetri più in basso», scrive, «avrebbe beccato l’arteria addominale e in ospedale non ci sarei nemmeno arrivato, sarei morto nel giro di novanta secondi. Per fortuna (lo so, fa strano dirlo, ma la verità è che sì, nella sfiga più assoluta sono stato fortunato) ha rotto le costole e bucato il polmone, attutendo la sua forza. Un centimetro e poco più. Come in gara bastano 12 millesimi per mandarti alle olimpiadi o farti vincere un mondiale, quella notte quei 12 millimetri hanno fatto la differenza tra esserci e non esserci più».
https://twitter.com/chetempochefa/status/1191406782477938688Quei pochi millimetri sono anche la porta della speranza come ha spiegato a Che tempo che fa. «La lesione midollare non è completa. Una notizia pazzesca, come tutto quello che ho fatto in questi nove mesi e ho sempre voluto tenere per me. Quando si parla di cose di cui non si è sicuri, con la medicina è sempre meglio andarci con calma». Manuel potrebbe tornare a camminare e già, con tutori specifici, si è rimesso in piedi.
La sua rinascita è stata immediata e tutta in positivo. «Il mio caso ha fatto molto scalpore», scrive nel libro, «nel giro di poche ore, dopo che è stata diffusa la notizia di ciò che mi era successo, i miei profili social sono stati inondati di messaggi di persone che, nonostante non mi conoscessero, volevano essermi vicine e io ho capito subito che avrei potuto rendermi utile, dare l’esempio a chi si trova o si è trovato in una situazione simile alla mia. Bastava fare una cosa che mi è sempre venuta abbastanza semplice: sorridere».
Non sa che parole usare pensando a quel 2 febbraio. «Non è stato un incidente, i due ragazzi che mi hanno sparato erano più che intenzionati a uccidermi, ma definirla una sparatoria mi sembra assurdo: che c’entro io con le pistole? Non ne ho mai nemmeno tenuta in mano una, non sono certo un boss della malavita. Alla fine quando ne parlo con Martina o con qualcun altro mi limito a chiamarla “quella notte”. Quella notte in cui tutto è cambiato».
Per lui i ragazzi che gli hanno sparato non hanno sbagliato persona, «hanno sbagliato vita, ma la colpa non è loro, il contesto in cui sono nati e cresciuti e le scelte che hanno fatto li hanno portati a comportarsi in quel modo». Che le gambe non funzionavano più lo ha intuito da solo e suo padre glielo ha spiegato: «Manuel, hai perso l’uso della parte inferiore del corpo. Per il momento ci sei solo a metà, ma stai tranquillo che ci riprendiamo tutto».
La piscina se l’è già ripresa e il libro ha cominciato a scriverlo proprio da quel ritorno in acqua. «Potrà sembrare strano, ma il momento più emozionante è stato preparare lo zaino: metterci dentro la cuffia, gli occhialini, il costume. Riprendere le mie cose mi ha fatto capire che ero ancora io, che non ero cambiato poi così tanto. È stata una fatica immane: ero ancora molto debilitato dalle operazioni e dai giorni di inattività forzata, ero estremamente debole e non potevo usare le gambe, ma è stata una delle vasche più belle e soddisfacenti di tutta la mia vita…In acqua c’è silenzio, ci sei solo tu, i tuoi movimenti, il tuo respiro: sei solo con te stesso ed è una magia che solo chi vive in piscina conosce. Mi sono scoperto avvolto, protetto, al sicuro».