La storia di Sofia Erzel: «Sono dislessica: non sono malata»
«Evidentemente non tutti sanno che la dislessia non è una “malattia”, tantomeno “infettiva”, né un “disturbo mentale”, come mi hanno detto persone di tutte le età». Sofia Erzel, una ragazza di 16 anni, è dislessica, ed è «stufa di sentir parlare di professori che non sono capaci di fare una verifica adatta a noi o che sgridano un ragazzo per aver invertito due lettere o persino genitori che non sanno come aiutare il proprio figlio». È per combattere l’inconsapevolezza sulla dislessia che ha scritto un libro, «DSA e tu sai come comportarti?» pubblicato da C1V Edizioni, con cui, dopo aver vissuto sulla propria pelle l’ignoranza generale, vuole rompere gli stereotipi sui ragazzi DSA. Sono loro a cui Sofia dedica il libro, «tutti i ragazzi che hanno passato quello che ho passato io e che magari non sono compresi nella loro diversità».
La dislessia, per Sofia, è un punto di forza, non un ostacolo. «Anzi. Significa semplicemente che ci si deve avvicinare alla lettura e al calcolo matematico con altri strumenti, diversi da quelli tradizionali. E che il muro dell’incomprensione e dell’ignoranza va abbattuto una volta per tutte».
Ad oggi circa 4 studenti su 100, in Italia, sono dislessici. E, anche se rispetto al passato sono disponibili più informazioni sulla dislessia, c’è ancora molta strada da fare perché, finalmente, risulti chiaro a tutti che si tratta di una caratteristica neurobiologica, e non di una patologia. Ce lo ha spiegato Alessandro Rocco, co-fondatore di W la dislessia!, progetto nato nel 2010 con l’obiettivo di creare un metodo per aiutare ragazzi e bambini con difficoltà di apprendimento.
Quali sono gli errori più frequenti che si commettono quando si parla di dislessia?
«Il principale è quello di chiamarla ancora “malattia”. Non lo è, eppure, solo un paio di settimane fa, il sottopancia in un programma tv a diffusione nazionale diceva: “Come aiutare i bambini che hanno questa patologia”».
Questa caratteristica può diventare invalidante?
«Assolutamente no: è un errore dei genitori pensare che un figlio dislessico non possa raggiungere i risultati a cui aspirano tutti gli altri: con fatica e impegno, ce la può fare. Fra noi tre fondatori di W la dislessia!, una è dislessica e fa la psicologa».
I genitori lo hanno capito?
«Purtroppo molti affrontano ancora l’argomento con vergogna. È un problema anche perché, in questi casi, quando vengono suggeriti gli screening, i test non vengono fatti e, spesso, capita che la dislessia venga riconosciuta nei ragazzi solo alla fine delle medie. C’è anche una grande differenza fra regione e regione: se la percentuale italiana di dislessici è del 3-4% circa, in Lombardia si arriva al 6-7% delle diagnosi, a Napoli solo all’1,9%. E non perché ci siano meno dislessici, ma perché non vengono riconosciuti come tali».
Quali errori si commettono ancora spesso con i ragazzi dislessici?
«Un dislessico affronta la maggior parte dei problemi nel periodo scolastico, poi trova strategie alterative e abitua il proprio cervello a risolvere le problematiche: è un atteggiamento che, nel mondo del lavoro, è premiante. Se il dislessico cresce in ambiente funzionale ed è consapevole delle proprie abilità, può ottenere grandi risultati. Ma la sua sensibilità, spesso elevatissima, diventa fragilità se non viene gestita correttamente. L’errore è pretendere che faccia cose che non è in grado di affrontare: se ha problemi con la scrittura, gli insegnanti dovrebbero premiare il contenuto. Altrimenti si rischia di mortificare la sua autostima».
Come può un genitore riconoscere precocemente la dislessia in un bambino?
«In base alla legge 170, i test veri e propri vengono somministrati alla fine della seconda elementare: i bambini devono avere alle spalle un paio di anni di esperienze di lettura. Le diagnosi troppo precoci non funzionano: in prima elementare non è possibile riconoscere la dislessia».
È facile convivere con la dislessia?
«Oggi si hanno a disposizione più conoscenze: un tempo un dislessico rischiava di essere liquidato come qualcuno che “non ci arriva”. I punti di forza del dislessico, invece, sono spesso proprio la sensibilità e una spiccata capacità di problem solving. La dislessia è una caratteristica, che dovrebbe finalmente essere rivestita di un’aura di normalità».