«Volevo fare la rockstar», Emanuela Grimalda: «Tutti i conflitti di noi mamme»
Una provincia soleggiata, bella, dove la vita scorre tranquilla e l’anima gode di una serenità bucolica. La televisione, negli anni, ha dipinto un quadro meraviglioso dei piccoli paesini italiani. Ne ha infiocchettato la casette basse e i vicoletti stressi e, quasi, è venuto di rimpiangere l’avvento delle metropoli, con quel loro carico di stress e frenesie e palazzoni tristi, stagliati nel grigio di un cielo inquinato. Nel racconto, però, di un’esistenza ritirata, con il mare alla finestra e il verde lungo la strada, qualcosa s’è perso. Qualcosa che Raidue ha voluto ricercare, perché la provincia, spesso, ha i confini e i dolori di una galera.
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Palinsesti Rai 2019/2020: il futuro su Rai Play (con Fiorello) e tutte le novitàNel Nord-Est italiano, a due passi dalla Gorizia che è stata maledetta, il quotidiano non scorre affatto con i ritmi placidi di un Montalbano, né porta i colori di un Don Matteo. In Friuli, le case si somigliano e gli abitanti gettano l’uno all’altro sguardi inquisitori. Una pressione morale comanda ai ragazzi dove indirizzare la propria identità e una depressione economica tarpa loro le ali. Avrebbero voluto essere famosi, si sono ritrovati prigionieri. E delle loro storie, di vite incasinate e famiglie disfunzionali parla Volevo fare la rockstar, al debutto sulla rete di Carlo Freccero nella prima serata di mercoledì 30 ottobre. La serie, in sei puntate, è una commedia leggera, di quelle che non se ne vedono spesso sulla televisione italiana. Ispirata al blog omonimo della giovane Valeria Santandrea, racconta di una ragazza madre, Olivia (Valentina Bellé), costretta a crescere anzitempo. Il lavoro, due figlie gemelle partorite a sedici anni, nessun legame amoroso e una madre fricchettona, Nadja (Emanuela Grimalda), la cui passione per droghe e alcol ha soppiantato presto i suoi doveri familiari. Olivia s’è trovata a vivere con il nonno e il fratello, Eros (Riccardo Maria Manera), un ragazzino gay, incapace di dichiararsi. Poi, si è innamorata di un uomo più vecchio, molto più vecchio, Francesco (Giuseppe Battiston), ha trovato posto in una fabbrica locale e accettato, con una certa e disincantata rassegnazione, di accantonare i propri sogni per abbracciare le sue nuove responsabilità. In quell’intrecciarsi di tragedia e commedia che la Grimalda dice rimandare a Cechov.
«Non so se possa essere un riferimento sensato, ma a leggere il copione mi è venuto in mente Cechov. C’è grande verità in Volevo fare la rockstar: non c’è over-acting, non ci sono personaggi sopra le righe. La serie è una commedia, un racconto capace di far sorridere e i protagonisti mica lo sanno di essere così divertenti e tragici insieme. Ecco, lo dica pure: “Sembra una serie americana”, ma io non lo so. Non le guardo le serie americane».
Dunque, per la parte di Nadja non si è ispirata ad una hippie in stile Grace & Frankie?
«Nadja è un personaggio controverso. È rientrata in famiglia per una ragione fortuita, dopo un lungo percorso di riabilitazione da alcol e dipendenza. È una di quelle persone capaci di fare male senza volerlo. È rimasta vedova giovane ed è una madre discontinua: cerca di lavorare, ma la provincia le sta stretta, è preda di amori fugaci, droghe. È molto madre, a modo suo, ma è molto sognatrice».
Un conflitto piuttosto comune, però.
«Infatti, io credo di assomigliare a Nadja».
In che misura?
«Sono anch’io un po’ più folle di quello che sembro. Sono anch’io una ragazza di provincia, che ha avuto un desiderio. So cosa significhi avere voglia di fare qualcosa che ancora non si sa cos’è, di sentirsi un po’ diversa dagli altri. Non ho fatto percorsi tanto drastici: lasciare i propri figli è molto difficile, ma non giudico Nadja».
Però, non sarebbe capace di farlo.
«Non credo, ma credo di aver fatto un figlio così tardi (a 50 anni, ndr) per una ragione simile».
Cioè?
«Non so se sarei stata capace di vivere questa schizofrenia in un altro momento: ci sono istanze professionali che non è facile conciliare con quelle personali, noi donne non siamo affatto aiutate. Credo che tutte le donne che lavorino e siano mamme vivano dei conflitti profondi».
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Emanuela Grimalda: «Un figlio a 50 anni: la paura, l'allegria»Conflitti, nella serie, ne vivono anche i ragazzi. Come li raccontate?
«Senza giudizio. Non sono personaggi negativi, nella serie. Non è una storia di camorra, ma la storia di una famiglia nella quale i personaggi hanno lati oscuri, si comportano anche male, ma si raccontano con completezza. Questo dipanarsi di persone ed eventi credo sia molto rappresentativo di come siamo noi. Mi piacerebbe che si pensasse che non siano colpevoli, che possiamo cambiare, che si può evolvere e siamo in movimento. La strada non è tracciata in maniera ineluttabile».
Se è tutto tanto in divenire, significa che ci sarà una seconda stagione di Volevo fare la rockstar?
«Diciamo che la serie è piaciuta molto e qualcosa nell’aria c’è».
Omosessualità, bullismo, maternità precoce, relazioni difficili, droghe. Di temi complessi, ne affrontate.
«I temi hanno tutti un loro peso specifico e affondano le radici in un tessuto sociale esistente, di fabbriche che chiudono e conti che non tornano. Però, non c’è pesantezza: anche il caso di Eros, figlio di Nadja, è trattato con toni adeguati».
Che storia è, la sua?
«Eros è omosessuale, ma non riesce a vivere serenamente la storia d’amore con il proprio ragazzo. Ha dentro un grande conflitto: l’omosessualità, nel nostro Paese, è ancora uno scoglio, qualcosa per cui doversi difendere. Volevo fare la rockstar racconta la gioia di due persone che sono innamorate, ma vivono in un piccolo paesino. Penso che possa essere un conflitto comune a molti ragazzi, un conflitto che non è interiore. Eros è innamorato di questo ragazzo e vorrebbe poterla vivere, questa sua storia».
Cosa si aspetta di comunicare con una serie del genere?
«Questa è una serie che parla molto ai giovani, che cerca di essere vicina al vissuto dei ragazzi. Penso che ce ne sia bisogno. Un tempo, la tv era quella cosa che faceva vedere I fratelli Karamazov anche ai semianalfabeti. Mi piace molto che la tv possa avere dei programmi di qualità e di contenuto. Anche di intrattenimento purché fatto onestamente, senza promettere più di quello che si è».
La televisione può ancora avere una funzione sociale?
«Sì, può assolvere questo ruolo, perché è ancora molto presente nelle case, nelle famiglie. I dati parlano di un progressivo allontanamento dallo schermo, ma poi, per strada, incontro persone che sono ben felici se ci sono dei programmi in tv che implichino un consumo condiviso. Io devo dire grazie alla tv, alle cose che mi ha insegnato».
E ai ragazzi, da madre di un bimbo piccolo, cosa direbbe?
«Li assolvo, i ragazzi, perché ereditano un mondo che abbiamo lasciato noi. Noi abbiamo grossa responsabilità nelle lacune dei giovani e trovo che sia molto difficile per loro barcamenarsi in un momento tanto demoralizzante. Io sono cresciuta quando ancora c’erano ideologie forti, oggi mi sembra tutto frammentato e debole. Eppure, si ha la percezione di sapere ogni cosa del mondo, perciò mi dispiace per Greta».
Per Greta Thunberg?
«Sì, mi dispiace che la povera Greta sia stata trattata tanto male dagli adulti. Credo ne abbiano paura. Greta ha saputo mobilitare i giovani laddove la politica non è stata in grado di farlo. Non è una babbiona o un babbione che, dalla propria poltrona, dica ai ragazzi cosa fare, è una di loro. Me la immagino come una specie di Giovanna d’Arco, una che inviti i giovani a prendere in mano le redini del proprio destino».
Non hanno nessuna colpa, i ragazzi?
«Certo che ne hanno. A loro direi pure di togliersi la sedia da sotto il culo. È necessario imparino a fare una parte di sacrificio alla quale noi, forse, non li abbiamo abituati. Prenda l’ambiente. Se pretendi la macchinetta a sedici anni, perché non hai voglia di prendere i mezzi pubblici, serve a poco che poi scioperi per l’ambiente. Bisogna imparare e governare il proprio comportamento».