GionnyScandal, re della emo-trap: «Non basta indossare le collanine»
Sullo zigomo sinistro di GionnyScandal, campeggia un piccolo cuore blue, spaccato nel mezzo. Sotto, a lettere sottili, si legge «I’m fine». «Sto bene». Ma non c’è verità in quelle tre parole, solo l’invito a ribaltare la propria prospettiva. A testa giù, il ragazzo biondo porta impressa sulla guancia la mole immensa della propria ansia, suggellata da un tatuaggio che, al contrario, recita «Save me», «Salvami». Il gioco, pur indelebile, ricorda da vicino quella mutabilità di lettere e suoni di cui cantava Eminem ai tempi di Space Bound. «Love is evil, spell it backwards, I’ll show ya». Tra i biondi, però, non c’è somiglianza, né voglia di rincorrersi. Perché il ventottenne, nato Gionata Ruggieri, con il rap ha ben poco a che vedere. «Faccio emo-trap», spiega. «È la nuova wave», dice.
Cosa sia questo genere inedito, «in Italia – giura – Ché, in America, è tutt’altra cosa», non è difficile a capirsi. «Si tratta del bagaglio emo, delle chitarre elettriche, dei giri e degli arpeggi, unito alle batterie trap, agli 808, ai kick e all’autotune», spiega GionnyScandal, il cui primo disco emo-trap, Black Mood, farà capolino online e nei negozi fisici venerdì 6 settembre, portandosi via in un solo colpo tutto quel che è stato prima.
Gionata Ruggieri, alla musica, ci è arrivato presto, e con dolore. Abbandonato dai genitori biologici, ha perso in un incidente quelli adottivi. «Con questo album, ho cercato di mettere un punto a tante situazioni: ho trovato la rabbia, ho scritto a mia madre. Ho preso coraggio e detto che non va sempre tutto bene, che non si sta sempre bene. Quasi, è stato terapeutico».
A giudicare dalla tracklist, si direbbe di sì.
«Ho voluto mettere me stesso al centro dell’album, affrontare tematiche vere, senza filtri nel mezzo. Mi sono stufato di fare le cose a tavolino: molti rapper si trovano a dire che è sempre tutto bello, tutto ok. Ma questa non è la realtà. Esistono tante persone, oggi, tanti ragazzini depressi, credo soprattutto a causa dei social network».
Sono tanto male, questi social?
«Credo che i social servano, se usati correttamente. Io sono uno dei tanti a cui sono serviti per emergere. Sono consapevole, però, di quante difficoltà possano creare. Senza voler abusare del cyberbullismo, basti dire che troppe ragazzine, incapaci di accettare le imperfezioni che vedono riflesse nello specchio, si sentono schiacciare dal peso di confronti falsati, di modelle “photoshoppate” e immagini finte».
Lei, online, fa sfoggio di grande spontaneità, ma non sempre è ben accetta.
«Infatti, la mia foto vestito da donna ha scatenato un putiferio. Era uno scherzo: la mia fidanzata si era infilata sotto la doccia e aveva lasciato in giro i suoi vestiti. Li ho indossati, poi le ho chiesto di farmi una foto. Ero uno scherzo, ma se anche non lo fosse? Siamo nel 2020, se volessi andare in giro vestito da donna non dovrebbe essere un problema. Invece, è scoppiato il pandemonio».
Perché ha deciso di far cadere tutti i filtri proprio ora?
«Non so. Prima, mi sottoponevo ad una forma di autocensura. Pensavo di non poter dire certe cose, mi ripetevo che nel mio pubblico si agitano ragazzini di 13 anni, mi interrogavo sulle reazioni che avrebbero avuto le loro madri a sentirmi parlare così. Ad un certo punto, mi sono detto che un vero artista si esprime, e così ho cominciato a fare».
Pensa che un album come Black Mood possa essere terapeutico anche per chi lo ascolta?
«Non l’ho scritto pensando che possa aiutare chi lo ascolta. Non sono un medico, né uno psichiatra. Se, però, l’ascolto di Black Mood dovesse essere terapeutico per persone terze, ne sarei contento».
La sua immagine, i tatuaggi in faccia, i vestiti, rimanda al codice estetico codificato dai trapper. Artisticamente, è un problema?
«No. Io sono sempre stato così. Sono stato uno dei primi a coprirsi di tatuaggi. Ho cominciato che avevo 18 anni. Non mi sono tatuato “Always sad” in faccia perché fa figo. Non ho costruito il mio personaggio. Potrei tirare fuori le foto, se mai servissero».
Che differenza c’è tra un emo-trapper e un trapper?
«Qualsiasi ragazzino, con un microfono e autotune, può essere un trapper. Gli basta dire “Ye, ye / La mia collana ha più oro della tua” ed è fatta. Prenda Lil Pump. È miliardario, ma i suoi testi li potrebbe scrivere la sedia che tengo in salotto».
Altra cosa l’emo-trap?
«Decisamente. Nell’emo-trap, ci vogliono più capacità: devi saper suonare, devi saper scrivere. Non basta infilarsi la collana d’oro della comunione».
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«Non c’è nessuno. Non lo dico per vanto o per seminare zizzania, ma non c’è nessuno che faccia emo-trap. Fedez, in diverse interviste, ha dichiarato di farlo. Avrei potuto stare zitto, invece ho fatto una storia per dire che la sua non è emo-trap. Non basta un giro di chitarra o l’amore per i Blink 182 a creare l’emo-trap».
Zoda e Side Baby?
«Non sono emo-trapper. È necessario avere un passato in una band, per poterlo essere. Io ce l’ho, vengo dall’emo-core. In Black Mood, ho suonato io tutte le chitarre. Nel 2009, mi prendevano per il culo. Avevo il ciuffo nero e bazzicavo le Colonne (di San Lorenzo, a Milano, ndr). I naziskin ci tagliavano il ciuffo e infilavano i lucchetti nei dilatatori».
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Salmo: «X Factor? Ho preferito la musica ai soldi»In Black Mood, canta a sua madre, quella biologica. Perché?
«Ho voluto mettere un punto a questa storia. Ho rincorso i miei genitori biologici più volte, negli anni: su Facebook, con un post datato 2015, nel libro che ho scritto (La via di casa mia, Rizzoli, 2017). Volevo capire perché sono stato abbandonato. Non ho avuto risposta e credo di poter dire che mia madre abbia ricevuto il messaggio. Ho usato il mio vero cognome, deve sapere chi sono. Allora, ho tirato fuori la mia parte incazzata».
In Goodbye, invece, canta con la star Usa Global Dan. Il 26 ottobre, partirà ad Amsterdam il suo tour europeo. Ha ambizioni internazionali?
«Portare fuori dall’Italia la mia musica è una figata. Ma, come si dice, non sai come va finché non arrivi. Credo che l’ostacolo della lingua sia sormontabile. Global Dan, che ho contattato via Instagram, mi ha detto che non ha capito nulla di quel che ho cantato, ma che l’album spacca. “Nei pezzi tristi, avevo i brividi, bro”. Significa che le vibes arrivano».
Si augura che l’emo-trap possa ricevere, un giorno, una consacrazione pop come quella toccata alla trap?
«Sì, spero di poter aprire la scena ad altri artisti, come ha fato Sfera Ebbasta con la trap. Tanti ragazzini mi stanno scrivendo online per ringraziarmi di aver portato questo genere in Italia».
Un giorno, dunque, farebbe il giudice ad X Factor, come Sfera…
«Dovrei pensarci, magari non direi subito di sì, ma mi piacerebbe».