Kristen Stewart: «I miei fantasmi (e perché mi sento bambina)»
Questa intervista di Durga Chew-Bose è uscita sul numero 36 di Vanity Fair in edicola fino all’11 settembre 2019
Kristen Stewart si lascia cadere su una panchina nei pressi di Silver Lake. Ha i capelli biondi e corti, e somiglia molto alla donna che interpreta nel film appena presentato fuori concorso alla Mostra del Cinema di Venezia: Jean Seberg, nel thriller politico di Benedict Andrews, Seberg. Il film racconta la tragica fine dell’attrice americana (morta suicida a Parigi nel 1979, ndr), presa di mira dall’Fbi, che tentò di screditarla per via della sua relazione con l’attivista Hakim Jamal e dei rapporti con il movimento delle Pantere nere. «Anche se ha vissuto fatti davvero spaventosi e tragici, in lei c’era un’innegabile energia», riflette Stewart. «È stata completamente fraintesa. Non bisognerebbe venerare le celebrità, sono semplicemente persone che ti ritrovi a guardare. Il fatto che tutti gli sguardi fossero su di lei e che si parlasse di cose che non erano reali, di congetture: alla fine fu questo a distruggerla». A novembre, l’attrice sarà nelle sale nel reboot di Charlie’s Angels con un look biondissimo. Interpreta Sabina, un’ereditiera di Park Avenue che si trasforma in una spia internazionale.
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Kristen Jaymes Stewart è nata il 9 aprile del 1990 a Los Angeles. Cresce nella San Fernando Valley con genitori che definisce «fuori di testa», ma in senso buono. Si chiamano John e Jules ed entrambi lavorano nel cinema. John è un manager televisivo e Jules è supervisore di sceneggiature. Il fratello, Cameron, fa il macchinista. Cresce in una famiglia allargata, insieme ad altri ragazzi che chiama fratelli. «I miei genitori hanno accolto due ragazzi», racconta. «Il mio miglior amico veniva da un ambiente difficile ed entrò nella nostra famiglia a 13 anni. Il miglior amico di mio fratello era sempre da noi. Sua mamma era molto legata a mia madre. Praticamente formavamo una famiglia. C’è sempre stata una sensazione di comunanza e di protezione molto piacevole».
Poi parla di Mickey Moore, il mentore della mamma. Era una specie di padrino, aveva lavorato con Cecil B. DeMille nel film I dieci comandamenti e con John Sturges in Sfida all’O.K. Corral, e diretto vari film musicali con Elvis Presley. Moore era troppo vecchio per fare davvero parte della vita di Kristen, eppure la sua eredità hollywoodiana (un seminterrato intero pieno di cimeli) è il patrimonio folcloristico privato dell’attrice. «Da piccola frequentavo i set cinematografici con i miei genitori e gli chiedevo di poter fare delle audizioni semplicemente perché vedevo altri bambini sul set. In realtà non mi interessava diventare attrice, volevo solo esserci anch’io», ricorda. «Poi sono stata alla larga dall’Università. Eppure mi affascina moltissimo, è una cosa per la quale sento una sorta di venerazione. Ho quasi 30 anni ma mi sento una bambina. Non ho studiato e non riesco ancora ad accettarlo». Prova la stessa venerazione per il mondo del cinema. Al telefono, il regista Olivier Assayas, che definisce Stewart una «sorella» e che l’ha diretta in Sils Maria (2014) e nel thriller soprannaturale Personal Shopper (2016), racconta di una star che sul set, durante le pause, si siede a chiacchierare insieme allo staff con la massima naturalezza.
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Cannes 2016: è «fiorita» Kristen StewartA 11 anni, Kristen interpreta la figlia di Jodie Foster nel thriller di David Fincher Panic Room. È un ruolo intenso, che mette a dura prova la resistenza del pubblico alla suspense. Un’interpretazione convincente visto che Stewart, come Foster, fin dalla giovane età sviluppa un talento che le permette di affrontare facilmente le emozioni.
In seguito, recita accanto a Jesse Eisenberg in Adventureland (poi coprotagonista anche in American Ultra e Café Society), che la porta ad aggiudicarsi il ruolo di Bella Swan in Twilight, la saga sui vampiri che le regala lo smisurato successo (e le terribili bufere) del regno delle superstar. Per via di una generazione di appassionati di Twilight, cresciuti sui social media nell’arco dei cinque film e ossessionati dalla sua relazione con il coprotagonista, Robert Pattinson, la vita privata di Kristen si trasforma in uno spettacolo da tabloid. Un interesse febbrile che è ancora vivo. Nel 2017, durante il monologo di apertura al Saturday Night Live, ripercorrendo le 11 volte in cui Donald Trump ha twittato su di lei (sempre con riferimento alla sua rottura con Pattinson), dice: «Donald se non ti piacevo allora, probabilmente non ti piacerò neanche adesso, perché partecipo al Saturday Night Live e perché sono veramente gay». Inutile indagare sulla sua vita privata, sul fatto che rivede la sua ex, la modella neozelandese Stella Maxwell, sul set durante il servizio di Vanity Fair. Le chiedo cosa cerchi. Mi risponde: «Frequento solo persone che mi completano».
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I «tormenti» di Kristen StewartL’impatto di quel particolare periodo, quello di Twilight, sulla sua vita non è ancora svanito. La svolta della carriera avviene quando inizia a lavorare con registi indipendenti come Kelly Reichardt e Assayas. «Questo mi ha dato la possibilità di non essere sopraffatta dalla situazione. Era tutto talmente più grande di me. Il mio bagaglio era minuscolo rispetto ai percorsi cinematografici di Reichardt e Assayas come registi. Finalmente avevo la possibilità di non essere vista come l’oggetto di una cultura ossessionata dalle celebrità che portava la gente a dire: è quella di Twilight». Sente ancora l’effetto di quella visione distorta oppure ha superato quella fase? «Penso di esserne uscita, ma era incredibilmente frustrante, perché in realtà io non volevo essere al centro di tutta quell’attenzione che mi faceva sembrare una stupida. Non sono assolutamente una ribelle, non voglio distinguermi a tutti i costi. Voglio soltanto piacere alle persone».
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Breaking Dawn - Part Two, cosa(non) ci mancherà di Twilight?L’anno prossimo si cimenterà nell’adattamento cinematografico del libro di Lidia Yuknavitch The Chronology of Water. È un testo autobiografico, che parla di sessualità, violenza e corpo. Dopo la pubblicazione nel 2011, era diventato un cult comparso fra le letture consigliate sul Kindle di Stewart. Sarà il primo lungometraggio diretto da lei, che come regista aveva già esordito nel 2017 con il cortometraggio Come Swim. «Il modo in cui Yuknavitch parla di avere un corpo, e la vergogna di averlo. Il suo essere così oscena, imbarazzante, bizzarra, volgare, ed è una donna. È un romanzo di formazione che non mi era mai capitato di vedere prima d’ora. Sono cresciuta guardando American Pie, quel film demenziale con quei tipi che si masturbavano in calzini, e mi sembrava la cosa più naturale del mondo, faceva ridere. Immagina che invece ci sia una ragazza, è così inquietante e strano. Quando ho iniziato a leggerla, mi è sembrato che raccontasse esattamente come sono io, e mi dicevo: ehi, non avevo le parole per dirlo, grazie per essere riuscita a farlo tu». Poi continua: «Adesso che sto invecchiando, trovo più difficile fare l’attrice. Mi sento più a mio agio all’idea di occuparmi di qualcosa dall’inizio alla fine. Ci sono attori talmente fuori di testa e con una presenza così effimera da riuscire effettivamente a convincere se stessi e gli altri di qualunque cosa. Andando avanti nel tempo io faccio più fatica».
Non sono assolutamente una ribelle, non voglio distinguermi a tutti i costi. Voglio soltanto piacere alle persone
Ciò che la disorienta le dà anche una grande forza. The Chronology of Water ha liberato quella che Yuknavitch definisce la «tendenza nomade» di Kristen. L’attrice si è trasferita a Portland per alcune settimane e ha scritto, talvolta parcheggiata davanti a casa della Yuknavitch, dormendo in un furgone con Cole, il suo cane».
Mi racconta dei film che sente suoi, che le servono da bussola mentre gira i suoi progetti. «Amo quelli che non dichiarano di sapere qualcosa, ma che invadono letteralmente ogni cosa, finché alla fine ti rendi conto che sono riusciti a farlo solo perché qualcuno ne aveva progettato con estrema cura l’impalcatura. Adoro Cassavetes e tutto quello che ha fatto: ci ha permesso di capire che possiamo realizzare piccoli film su cose che non sono guidate da una trama ma dall’anima».
Non ho mai incontrato nessuno che fosse così freddo e adrenalinico al tempo stesso: scuote la gamba di continuo e intanto concatena una serie di pensieri. Sembra perfettamente cosciente della natura profonda della sua intuizione. È ossessionata dal fatto che le cose vadano bene. Assayas la definisce «un’attrice con la quale è sempre buona la prima». E lei, riflettendo sulla sua scrittura — la sceneggiatura, la sua poesia — si illumina quando mi dice che non c’è nulla di più gratificante che trovare la parola esatta per comunicare una sensazione. «Ricordo che da piccola avevo un’ansia incontrollabile quando pensavo che c’erano cose che non sarei mai riuscita a esprimere».
«Non si sta adattando a tutto ciò che l’industria vuole da lei o a fare qualunque cosa le chieda un agente», dice Assayas, mentre descrive la sua coreografia solitaria e psicologica in Personal Shopper. «Ero spaventato dai territori che avrebbe esplorato». Visto che il film parla di fantasmi, chiedo a Kristen se crede negli spiriti. «Ci parlo», risponde. «Se mi trovo a girare un film in una cittadina sperduta e sono in una casa che ha qualcosa di strano, mi viene subito da dire: no, per favore, non ce la faccio. Chiunque altro ma non me. Non ho idea di cosa siano i fantasmi, ma c’è un’energia che percepisco. Non solo negli spiriti ma nelle persone. Le persone lasciano sempre delle tracce in ogni stanza». Poi parliamo del francese di Jean Seberg e delle sensazioni generate dal vortice di Los Angeles che «attira le persone per poi deluderle». Passiamo davanti alla casa della sua prima fidanzata (la producer cinematografica Alicia Cargile, ndr) e lei rabbrividisce.
Stewart è estremamente determinata, ma non lo dà a vedere. Anche il modo di vestire, un compromesso tra le radici californiane e la concessione a una bellezza più rilassata, ha carattere e nonchalance al tempo stesso. Evita i completi classici e padroneggia l’arte della giacca elegante senza camicia. Si presenta all’aeroporto di Los Angeles con T-shirt cropped, al Tonight Show indossa tacchi a spillo e Mugler, e sul red carpet a Cannes sfila con mocassini e pantaloni di lattice. Nelle vesti di ambasciatrice di Chanel, il suo catalogo di look interpreta il lusso con una singolare competenza. «Con Chanel, non ho mai sentito di dover raccontare una storia che non provenisse realmente e in modo sincero da me». Parla con affetto del rapporto con Karl Lagerfeld, scomparso lo scorso febbraio. «Aveva un aspetto strano, austero, incuteva timore. In realtà non era così», dice. «Era incredibilmente affettuoso, e la sua modestia era sconvolgente. Amava ciò che amava, semplicemente. Era un’estrosa canaglia, ma coerente. Era come se sapesse di intimidire per cui diceva: avere un cuore creativo è difficile, allora facciamolo battere più veloce e più forte. Cercava sempre il contatto fisico mentre ti parlava. Non si limitava a rivolgersi a te, se ti parlava di solito ti prendeva la mano. Per fortuna sapeva come lasciare il segno. Mi ha trasmesso una profonda e amichevole sensazione di incoraggiamento, che porterò sempre con me».
Kristen sembra così tanto il prototipo della californiana che ce la immagineremmo a surfare sulle onde. Ma in realtà non sa nuotare bene. «Non voglio mai entrare in acqua», spiega. «Quando ci sono, nuoto a cagnolino». C’è qualcosa di vulnerabile e insieme tenero nel suo complicato rapporto con l’acqua. Eccola che nuota a cagnolino. Lo stile più semplice, tranquillo e naturale. Quello che impariamo per primo e, stranamente, il più adatto a lei. Un movimento veloce e pulito, occhi a pelo d’acqua e via.