Ragazzi selvaggi: le storie vere dei bambini della jungla
Dal 1300 a oggi si registrano circa una sessantina di ragazzi selvaggi. La scena è sempre la stessa: trovati nei boschi, non sanno parlare, camminano carponi, sono diffidenti verso gli umani. A volte vivono tra animali, si comportano come loro, ma non sono animali: sono bambini cresciuto come animali.
Il tema ha affascinato scienziati, romanzieri, artisti di ogni secolo. Il primo a tentare di catalogare questi enfant sauvages fu lo scienziato Carlo Linneo, nel 1700. Nel 1893 l’inglese Rudyard Kipling scrisse Il Libro della Giungla, successo immortale che traccia la vita selvaggia (anche libera e romantica) del ragazzino Mogwli, allevato da un branco di lupi nel cuore della foresta. Ma il tema è di attualità anche ai giorni nostri: la «bambina Mogwli» indiana, di cui raccontiamo qui la storia, fu «trovata» solo 2 anni fa.
Nel 2015 la fotografa londinese Julia Fullerton Batten ha dedicato ai ragazzi selvaggi un intenso lavoro – Feral Children – (di cui potete vedere alcune foto nella gallery sopra, per le quali la ringraziamo). Dice la fotografa: «La prima volta che ho saputo dei bambini selvaggi ne sono rimasta sconvolta e incuriosita. Il mio istinto materno è andata fuori giri pensando a questi ragazzi che hanno vissuto la loro infanzia soli o in compagnia di animali selvatici. Poi ho valutato e ammirato la forza d’animo che hanno saputo dimostrare per riuscire a sopravvivere a tale isolamento e a simili circostanze». Così ha scelto 15 dei casi più famosi e ha «provato a fissare i pensieri – fotograficamente parlando – sull’isolamento in cui questi giovani si sono trovati».
Ma qual è la verità su questi ragazzi? Il romanticismo da romanzo è purtroppo molto distante dalla verità. Spesso sono ragazzi abbandonati dalla famiglia e fuggito nel bosco, qualcuno allontanato per difetti fisici, qualcuno perso. Molti non sono più in grado, una volta ritornati al mondo, di ritrovare una vita normale, di imparare a parlare per esempio. Qui abbiamo raccolto le loro storie, per capire – tra truffe, abbandoni, verità e ricordi alterati – chi sono gli enfant sauvages dell’ultimo secolo.
Amala e Kamala, le figlie dei lupi
Nel 1920, in India, il reverendo Joseph Singh trova due bambine di 8 e 12 anni, dai tratti selvaggi. Le porta al suo orfanotrofio e racconta che sono state allevate da una famiglia di lupi. Le bambine, chiamate Amala e Kamala, continuano a correre a quattro zampe, ringhiare e mangiare solo carne cruda. Dopo un anno Amala muore per un’infezione renale, Kamala impara invece qualche parola ma muore prematuramente dopo 9 anni. Quando la notizia dell’incredibile ritrovamento ormai fatto il giro del mondo, si scopre che la realtà era ben diversa. La storia è tutta una bufala, una truffa montata ad arte dal reverendo Singh per ottenere più fondi per il suo orfanotrofio, facendo leva sulla pietà della gente.
La bambina Mowgli
Nell’aprile del 2017 le prime pagine di diversi giornali parlano del ritrovamento di una «bambina-Mowgli». Ha otto anni ed è stata trovata in India, nell’Uttar Predesh, nelle vicinanze di un gruppo di scimmie. Reagisce in maniera violenta, non parla e non usa i servizi igienici. Così, le conclusioni a cui si arriva sono subito fiabesche: è una ragazza che si è persa nella foresta ed è stata adottata dalle scimmie. La verità, invece, è molto più dura. Dopo alcune visite mediche, si scopre la verità. La bambina ha diversi problemi fisici e mentali, è stata trovata nei pressi di una strada e non nel folto della foresta. E soprattutto non stava interagendo con le scimmie. Era stata abbandonata poco prima dai suoi stessi genitori. Ora, fortunatamente, ne ha trovati di nuovi.
https://www.youtube.com/watch?v=oCgEv2FTllM
La donna-scimmia
C’è chi giura di aver vissuto tra le scimmie, nel folto della foresta colombiana, dai quattro ai nove anni d’età. È Marina Chapman, una signora che oggi ha circa 60 anni, un marito e dei figli, e vive in Inghilterra. Secondo i suoi racconti, sarebbe stata accolta da una famiglia di cebi cappuccini. Si sarebbe nutrita di bacche, radici e frutta, avrebbe bevuto l’acqua dei fiumi e dormito sugli alberi con la sua nuova famiglia. Marina, la sua verità, la racconta nel suo libro “La figlia della giungla” ma secondo molti primatologi una convivenza con le scimmie sarebbe stata possibile solo per un breve periodo. Non anni. Mentre per alcuni psicologi si tratterebbe di «falsi ricordi»: di immagini e sensazioni, sedimentate come ricordi, che avrebbe generato il subconscio di Marina per auto proteggersi da una verità molto più devastante. Fatta magari di abusi e violenze.
Vita da cani
Scampati a un’infanzia di abusi hanno trovato una nuova famiglia tra animali “domestici”: i cani randagi. Tra i ragazzi selvaggi di oggi c’è Ivan Mishukov, soldato dell’esercito russo di 27 anni. All’infanzia un’infanzia difficile: tra i 4 e i 6 anni ha vissuto con un branco di cani randagi. Si è conquistato la loro fiducia con del cibo e, in cambio, ha ottenuto protezione e calore di notte. Ivan è scappato di casa per sfuggire agli abusi del compagno alcolizzato della madre. Così come l’ucraina Oxana Malaya, oggi trentacinquenne. Entrambi hanno vissuto la tenera età tra i cani randagi e quando sono stati ritrovati camminavano carponi, non parlavano e ringhiavano. Sono riusciti però a superare il passato e a imparare la lingua del loro paese, dimostrandosi individui perfettamente sani, che sono riusciti a integrarsi nella società.
Balla coi lupi
Marcos Rodríguez Pantoja, oggi settantaduenne, lamenta l’eccessivo rumore e gli odori nauseabondi da quando vive tra gli uomini. Sì, perché – ha dichiarato– per 12 anni ha vissuto con i lupi tra le montagne. La sua storia entra di diritto tra quelle dei ragazzi selvaggi. Orfano di madre, è stato venduto dal padre a un montanaro e alla morte di quest’ultimo è rimasto solo tra le montagne della Sierra Morena. I pochi segreti che aveva appreso dal montanaro però gli hanno salvato la vita: ha imparato a riconoscere erbe, bacche e funghi commestibili e a costruire trappole per catturare la selvaggina. Inoltre, a quanto dice, in poco tempo è riuscito a farsi accettare da un branco di lupi. Il suo racconto sulla vicenda è quantomeno fantasioso, ma in effetti ci sono foto e video che testimoniano il rapporto speciale di quest’uomo con dei lupi, richiamati attraverso una perfetta tecnica di wolf-howling. Marcos, comunque non sarebbe l’unico uomo riuscito nell’impresa di farsi accettare da un branco di lupi. I più famosi sono forse lo zoologo tedesco Werner Freund, morto a 80 anni nel 2014, e l’inglese Shaun Ellis, oggi cinquantenne.
Nella foto di copertina e nella gallery sopra, le foto del lavoro Feral Children della fotografa Julia Fullerton Batten