Figli: sempre meno, ma sempre più sani
In Italia nascono sempre meno bambini, ma sono sempre più sani: è il quadro emerso dopo il 75° Congresso della Società Italiana di Pediatria (SIP), dedicato alla promozione della natalità e della salute in Italia, svoltosi a Bologna a fine maggio.
Diagnosi prenatale sempre più precisa e precoce, maggiore sopravvivenza dei neonati pretermine, terapie geniche che consentono di guarire bambini affetti da malattie genetiche e rare per i quali un tempo l’unica soluzione proposta era l’aborto selettivo: tutto questo ha garantito un miglior stato di salute per i neonati in Italia.
Ma il profilo demografico sta cambiando: si fanno sempre meno figli, l’età del concepimento si sposta in avanti, crescono le diseguaglianze territoriali che colpiscono in maniera particolare i bambini, sin dalla nascita, compromettendo l’omogeneità dei percorsi di cura.
«Il 3% dei neonati è affetto da una patologia genetica, una soglia al di sotto della quale è difficile scendere anche con le indagini prenatali più sofisticate – spiega Bruno Dallapiccola, genetista, Direttore scientifico dell’Ospedale Pediatrico Bambino Gesù di Roma – Mediamente, a parte casi specifici, ogni coppia che si riproduce va incontro a circa 50-100 mutazioni, alcune delle quali possono causare malattie. L’età dei genitori è critica, quella materna per le malattie cromosomiche, quella paterna per le mutazioni non cromosomiche».
Se ne deduce quindi che non incide solo l’età avanzata della madre, finora messa sempre sotto la lente di ingrandimento, parlando di orologio biologico della maternità, ma anche quella del padre. «Sono quattro le rivoluzioni che hanno caratterizzato negli ultimi anni la diagnosi genetica prenatale – ha spiegato Dallapiccola – L’anticipazione della diagnosi dal secondo e dal primo trimestre di gravidanza, al momento del concepimento; il passaggio dalla diagnostica invasiva (amniocentesi e villocentesi) a quella non invasiva (screening biochimici e screening di patologie cromosomiche e non solo sul DNA fetale circolante della madre, a partire dalla 10^ settimana di amenorrea); la diagnosi prenatale non più guidata da un rischio specifico, ma semplicemente dalla disponibilità di indagini genomiche che al momento promettono molto di più di quanto i loro limiti consentono di ottenere nella realtà; il controllo delle malattie non più con l’interruzione della gravidanza, ma, per diverse malattie, con terapie di precisione in grado di guarirle e di incidere sulla loro storia naturale, come nel caso della talassemia, dell’atrofia muscolare spinale e di alcune forme di fibrosi cistica».
In parallelo, è decisamente aumentata anche la sopravvivenza dei neonati pretermine. «Il nostro Paese vanta uno dei più bassi tassi di mortalità al mondo per i neonati pretermine di peso inferiore a 1500 grammi. Gli ultimi dati disponibili (2017) evidenziano, infatti, una mortalità nel nostro Paese pari al 13.3% rispetto al 14.3%, come riportato dal Vermont Oxford Network, un registro internazionale che raccoglie i dati di 1200 TIN (Terapie Intensive Neonatali) nel mondo», ha spiegato Fabio Mosca, presidente della Società Italiana di Neonatologia.
Simili buone notizie e progressi hanno però una contropartita da giocare: in Italia, si tratta delle forti diseguaglianze geografiche. Ovvero, la mortalità infantile (primo anno di vita) è del 2,8 per mille nati vivi, ma con ampie differenze territoriali: per esempio nel Nord Est è pari a 2,3 e nelle isole a 3,7 per mille nati vivi.
Tradotto in parole povere: «Un bambino che nasce nelle regioni meridionali ha un rischio del 36% più elevato di morire rispetto a uno nato nel Nord nel primo anno di vita – ha spiegato Mario De Curtis, professore ordinario di Pediatria all’Università la Sapienza di Roma – Se nel 2016 l’Italia avesse avuto la stessa mortalità del Nord Est sarebbero sopravvissuti nel primo anno di vita 180 bambini nel Sud e Isole, 28 nel Centro e 42 nel Nord Ovest».
Per non parlare dei nati da genitori stranieri, che hanno una mortalità neonatale e infantile maggiore dei nati da genitori italiani. Secondo gli ultimi dati dell’Istat, in Italia i nati da genitori stranieri rappresentano il 14,9 % di tutti i nati, ma contribuiscono al 21% della mortalità infantile totale.
«Questa differenza è legata soprattutto a condizioni perinatali critiche, che riguardano, in particolare, la salute delle donne immigrate durante la gravidanza – ha aggiunto De Curtis – Situazioni di svantaggio sociale, economico e culturale, attività lavorative meno garantite e più pesanti, un’alimentazione incongrua, carenti condizioni igieniche e abitative, cure ostetriche tardive e inadeguate delle madri straniere durante la gravidanza aumentano il rischio di malattia e di morte per il neonato».
Ma – e questa non è una novità – sono proprio gli stranieri a rialzare un po’ il numero delle nascite. Che siamo un ‘Paese di vecchi’, parafrasando il titolo del film dei fratelli Coen, è risaputo e i dati parlano chiaro: nel giro di un decennio, l’Italia ha visto diminuire i nati di oltre un quinto passando dai 576.659 nati registrati nel 2008 ai 458.151 del 2017. Nello stesso periodo le donne in età fertile sono passate da 13.990.503 a 12.945.219. Negli ultimi 60 anni il numero di residenti di età pari o superiore a 65 anni è aumentato di oltre 30 volte. Bassa natalità, invecchiamento della popolazione e conseguente moltiplicarsi della spesa sanitaria sembrano un trend ineluttabile nel nostro Paese.
«Siamo una bomba demografica a orologeria – ha dichiarato Walter Ricciardi, Ordinario di Igiene alla Università Cattolica di Roma – Ma le misure spot non servono, ciò che occorre è una politica coordinata di interventi. Bisogna incrementare il lavoro femminile, l’Italia è ultima in Europa (58,77% contro 65,7%) attraverso adeguati strumenti di protezione della famiglia, sgravi fiscali e asili nido. Per esempio, in Francia il 90% delle famiglie riceve 923 euro al parto, chi ha già un figlio 130 euro al mese per un anno che raddoppiano per chi ha un secondo figlio, oltre ad asili nido e assistenza domiciliare gratuita per tutti i neonati e bambini».
Da non sottovalutare – per promuovere la natalità – sono le misure per tutelare la fertilità dell’uomo e della donna, sempre più compromessa e in decrescita. Oggi in Europa sono circa 25 milioni i soggetti colpiti da infertilità, mentre in Italia 1 coppia su 5 ha difficoltà a procreare per vie naturali, rispetto alla percentuale di 20 anni fa, che era circa la metà.
«Dal 1978, anno della prima neonata venuta al mondo con PMA (Procreazione Medicalmente Assistita), più di 8 milioni di bambini sono nati nel mondo grazie a questa tecnica, di cui in Italia ogni anno circa il 3% – spiega Elisabetta Porcu, Professoressa di Ginecologia all’Università di Bologna – Ma la PMA contribuisce in maniera limitata a contrastare il calo delle nascite perché l’età materna avanzata costituisce un limite insuperabile. Inoltre, alcune tecniche (XI) non sono scevre da rischi per la salute».
Insomma, l’appello della comunità scientifica è molto chiaro: se si vuole invertire la rotta, bisogna promuovere la natalità: «Ma non basta: occorre che ci si occupi attivamente della loro salute e dei loro diritti – ha concluso Giovanni Corsello, Professore Ordinario di Pediatra all’Università di Palermo – Quindi, in termini pratici, è necessario: finalizzare risorse reali sulle famiglie e sulla genitorialità; tutelare e favorire la fertilità nella coppia; garantire accoglienza e integrazione sociale a tutti i bambini e alle donne in età fertile che giungono nel nostro Paese; dare maggior rilievo e diffusione alle indagini di screening e diagnosi prenatale e precoce, anche in vista di nuovi trattamenti efficaci, ma gravosi per la sostenibilità del SSN (farmaci biologici e terapia genica); garantire sicurezza e assistenza omogenea su tutto il territorio nazionale ai bambini con problemi legati alla cronicità e complessità assistenziale, a partire dai neonati pretermine».
Intanto, nella nostra gallery, un compendio di tutto ciò che è necessario sapere sulla fertilità femminile intorno ai 20 anni, decade in cui raggiunge il picco. Averne maggiore consapevolezza può aiutare a vivere meglio la maternità in futuro.