Ambra: «Io, disordinaria (e sfigliata)»
Ore 14.00, sono al terzo giorno da SFIGLIATA, termine che, nel nuovo normalissimo assetto post separazione, indica lo stare senza figli che restano con il papà. «Devi imparare a stare sola e dedicarti del tempo, altrimenti non saprai stare con gli altri», dice la mia migliore amica separata pure lei. Annuisco davanti a una frase che ho già sentito e che ha già funzionato per un sacco di persone. La giornata però è troppo lunga quando devo «solo lavorare» e il rischio di fare danni è così alto che anche scrivere questa rubrica da disordinaria potrebbe essere molto compromettente.
Incredibilmente sono più stanca del solito, per occupare il tempo SFIGLIATO ho deciso di aderire alla primavera che porta con sé tante cose belle, come: il risveglio dell’ansia, le mostre a cielo aperto degli inestetismi della ritenzione idrica, il polline e la sua fidanzata rinite, il cambio di stagione e le pulizie. Non posso permettermi troppa testa libera, troppi arti e articolazioni disoccupate, quindi darò una bella rinfrescata alla casa, così quando torneranno i miei ragazzi troveranno aria fresca, ordine e potranno dire come tutti che «di mamma ce n’è una sola».
Prendo la scatola dove riporrò tutte le cose da mandare in letargo, piego dieci maglie tutte nere che ho messo durante l’inverno e noto di aver aderito al detto «il nero va su tutto» diventandone la massima esponente. Tre paia di pantaloni larghi, corti alla caviglia, acquistati in saldo a dicembre e indossati senza pensare che, pur essendo il «must» della stagione, non sono il «must» per me. Sale un senso di soffocamento, apro le finestre e cerco di sorridere «che la vita è bella e c’è il sole e io sono una donna in salute e fortunata!», apostrofa la vicina mentre pianta del topinambur, prossimo tubero detox dell’estate 2019, nel suo pezzo d’orto cittadino. Richiudo le finestre e accendo la radio per trovare conforto nella musica, che mi piace senza alcuna distinzione di genere. Prima stazione Soldi di Mahmood, seconda stazione Soldi di Mahmood, terza stazione stessa canzone e la quarta Soldi di Mahmood note finali… Spengo la radio e avverto di nuovo quel maledetto capogiro che il medico di base continua ad attribuire allo stress.
Accendo la tv mentre sfratto acari dal divano, di nuovo la mia attenzione finisce sul talk pomeridiano dove alcuni personaggi noti parlano del fatto del mese. In coro, quasi all’unisono, intonano la frase «LA FAMIGLIA È DOVE C’È AMORE». Cambio canale presa da un senso di nausea ovviamente da stress e altro talk, altri ospiti del programma di turno dove tutti in coro, all’unisono, intonano la frase «LA FAMIGLIA È DOVE C’È AMORE». Cambio ancora e trovo conforto in un tg in sessanta secondi che ne consuma cinque per annunciare «LA FAMIGLIA È DOVE C’È AMORE».
Spengo, stacco, riattacco, prendo cose in mano, ma soprattutto m’incazzo. L’unica cosa che dovrei mettere via sono queste SOLUZIONI FACILI, questi benedetti slogan, luoghi comuni che, con un po’ di coraggio e voglia di una vita in alta definizione come le tv tanto agognate, dovremmo tentare di chiudere negli armadi per sempre. Quello che voglio dire è che sono una donna e voglio restare fragile, che le palle non le voglio ma voglio il coraggio che viene loro attribuito, che sono felicemente separata ma che ogni tanto mi girano lo stesso per lo «scambio» figli e fine del prototipo famiglia tradizionale, che la canzone di Mahmood mi ha stancata anche se mi piaceva, che il film Bohemian Rhapsody a me non è piaciuto, che non è vero che di mamma ce n’è una sola se è vero che i figli sono di chi li cresce, che la famiglia per me non si trova nell’amore ma nell’umiltà che dell’amore è madre e padre. Che ve l’avevo detto che questo pezzo non lo dovevo scrivere oggi che sono SFIGLIATA!