L'impresa del premier
IL PRIMO disegno di legge per il riconoscimento delle coppie omosessuali è stato depositato alla Camera nel 1986. Esattamente trent’anni fa. Portava la firma di una donna comunista, Ersilia Salvato, e diede il via a una lunga sequenza di tentativi legislativi culminati negli indimenticabili Dico dell’era ulivista, tutti, miseramente, falliti. È pertanto impresa degna di nota quella portata ieri faticosamente a termine da Matteo Renzi. Dove Ingrao, Natta, Occhetto, Prodi, D’Alema e Letta fallirono, riesce invece questo leader lesto, da molti considerato estraneo alla sinistra e ai suoi valori. E ci riesce incassando anche i voti di Verdini il Terribile, la cui scialuppa parlamentare centrista è uscita dalle secche berlusconiane per approdare nel più sicuro porto renziano. Sarà pure trasformismo, quello di Verdini. Sarà pure tatticismo, quello di Renzi. Fatto sta che un primo riconoscimento giuridico delle coppie omosessuali è stato possibile solo grazie a un ex giovane democristiano (Matteo Renzi) e a un manipolo di ex berlusconiani (Alfano, Verdini e i loro seguaci). Bel paradosso, non c’è che dire.
POI , certo, in apparenza la gestione parlamentare della legge è stata a dir poco confusionaria: prima ci si è rivolti ai grillini, poi agli alfaniani; prima si è delegato al parlamento, poi si è posta la fiducia; prima si è legittimata l’acrobatica tecnica parlamentare del canguro, poi la si è delegittimata. Un vero caos. Un coacervo di contraddizioni. Almeno in apparenza. Non è infatti assurdo pensare che Matteo Renzi abbia spregiudicatamente sfruttato i limiti politici del Movimento 5stelle per scaricare sui grillini la colpa della mancata approvazione della norma sull’adozione del figliastro (la famosa stepchild adoption). Norma che alludeva implicitamente alla pratica dell’utero in affitto; norma perciò impopolare nel Palazzo e soprattutto nel Paese. C’è da credere che quando, su ordine di Gianroberto Casaleggio, i senatori pentastellati hanno comunicato che per opporsi alla forma del canguro avrebbero lasciato cadere la sostanza della stepchild, il primo a festeggiare sia stato il premier: giustificato da una parte della sinistra per averci almeno provato; apprezzato dalla destra e dal Vaticano per non esserci riuscito. Del resto, se per caso la norma fosse passata un probabile referendum abrogativo avrebbe rischiato di far cadere anche il riconoscimento di quei diritti basilari ai quali ormai, in Italia, si oppongono solo in pochi. Detto ciò, quel che è accaduto ieri in Senato è anche un fatto politico. I verdiniani hanno emblematicamente votato una legge dal forte contenuto etico apprezzato soprattutto a sinistra e hanno votato la fiducia al governo Renzi. Inutile far finta che sia stato un caso. Inutile continuare a teorizzare le maggioranze variabili. Dal punto di vista del sistema politico, questa è una legislatura costituente. È chiaro che Matteo Renzi sta lavorando per un’alleanza tra il suo Pd e un nascente partito centrista. È altrettanto chiaro che per farlo dovrà modificare la legge elettorale. Quando verrà il momento, però, non potrà dare la colpa ai grillini.