Perché le colpe dei governanti non si estendono automaticamente ai governati
di Roberto Celante
Se sono incontestabili i torti di Trump e Netanyahu, cosa si può dire dei rispettivi popoli? Cioè, le colpe dei governanti si estendono in qualche modo ai governati? Impossibile rispondere, senza l’ausilio della storia.
Gli americani che avevano votato Truman furono responsabili dello sgancio delle bombe atomiche? No, perché non avrebbero potuto prevederlo. Gli americani che votarono i successivi Presidenti, sia repubblicani, che democratici, col tempo impararono che nessun candidato era realmente pacifista, tale era, ed è tuttora, l’influenza delle lobby (delle armi e non solo) nella geopolitica. Ma dovremmo dedurne allora che i dissidenti, per non risultare comunque complici o indifferenti con il loro voto o con l’astensione, dovrebbero autoesiliarsi e cercare un altro posto nel mondo dove sentirsi in pace con la coscienza?
In Israele, tolto Yitzhak Rabin (che infatti fu ucciso), era ed è tuttora pacifico che tutti i partiti e i loro leader siano sionisti. Questo automaticamente fa degli israeliani un popolo di assassini?
Prima di rispondere, converrà valutare alcune considerazioni preliminari:
1) La stessa nascita dello Stato di Israele fu macchiata di crimini, fin dall’epoca del Protettorato britannico e fu proclamata con l’obiettivo di conquistare tutto il resto della Palestina;
2) Israele, a parte il primo ventennio in cui fu attaccata dai Paesi arabi (che ottennero l’unico risultato di passare dalla parte del torto, agli occhi delle opinioni pubbliche occidentali), poi li ha sempre ciclicamente attaccati, con il pretesto di difendersi dal terrorismo;
3) Neanche le firme sui trattati di pace hanno un valore per Israele (Accordi di Oslo I e II);
4) I coloni israeliani da decenni si stanno impossessando illegalmente della Cisgiordania, anche a costo della vita dei palestinesi.
Eppure, tutte queste verità sono sufficienti a classificare l’intero popolo israeliano come colpevole di crimini di guerra e anche di genocidio, o perlomeno come indifferente a tutto ciò? E che gli unici da salvare sarebbero gli esuli? Forse sì. Forse la specificità dell’esistenza dello Stato di Israele, nato impedendo l’autodeterminazione di un altro popolo, attuando letteralmente il motto latino: “mors tua, vita mea”, sarebbe sufficiente per poter dire che chi è cittadino di Israele accetta queste logiche e le approva, anche soltanto implicitamente. Se non fosse, però, che l’alternativa dell’esilio sarebbe sempre una sorta di “salto nel buio”, che non si può neanche astrattamente pretendere, perché per duemila anni gli ebrei sono sempre stati perseguitati, tosto o tardi, dovunque si trovassero, ed oggi l’antisemitismo nel mondo è probabilmente ancora più forte, proprio per le azioni di Israele.
Tutto quanto sopra, per trovare gli elementi per rispondere alla domanda: è accettabile che una persona che non condivide l’operato del proprio governo debba infliggersi l’esilio, soltanto per tenere fede ai propri principi, stante l’impossibilità di cambiare le cose in patria? In fondo, fu anche perché tantissimi italiani risposero a sé stessi: “no” a questa domanda, che il fascismo poté durare per vent’anni. Ma sarebbe stato concretamente possibile un esilio di massa? Inoltre, affermare che aver rinunciato all’esilio era stata di per sé una colpa, avrebbe automaticamente dato ai Partigiani il diritto di vita e di morte su milioni di italiani, se non fosse che gli stessi Partigiani, in fondo, avevano condiviso in precedenza la stessa colpa.
Allora, se per i governanti è indiscutibile la responsabilità per le proprie azioni, non sembra altrettanto automatica la responsabilità dei governati. Perché per essi il problema è puramente etico ed attiene ad ogni singola coscienza e forza d’animo. Se Pertini fu capace di affrontare l’esilio e il carcere, non possiamo incolpare tutti gli italiani che non ebbero il coraggio di imitarlo, perché contesteremmo loro di non essere stati eroi ed altrettanto deve valere, in fondo, anche per americani ed israeliani.
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