Calcio azzurro, un fallimento vecchio vent’anni
Se il calcio in Italia non fosse quello che è – una religione laica con milioni di ferventi adepti e un fenomeno sociale, economico e dunque politico – il triste ma non inatteso ennesimo fallimento della Nazionale andrebbe rubricato come una delle tante occasioni sprecate da un Paese, vittima e insieme artefice delle proprie disgrazie.
Tutto vero, si capisce. Ma c’è qualcosa in più. Il nostro calcio è l’epitome tragicamente perfetta di una società che ha smarrito la propria anima; è l’esito annunciato di una non-cultura che ha spinto avanti le consorterie umiliando le competenze, ha impoverito la sterminata base naturale dei talenti indigeni, marginalizzati scientemente, a favore di una marea di brocchi d’importazione, planati negli stadi professionistici del Bel Paese grazie al sodalizio creatosi fra stormi di procuratori famelici e superpagati e dirigenti di club indifferenti a tutto tranne che ai propri interessi di bottega.
Anziché investire nei vivai e nei Centri federali – come ha fatto la Germania dopo la delusione al Mondiale di casa del 2006 – si è scelto di coltivare i tanti piccoli orticelli del potere diffuso, qua e là. I club impongono tariffe impraticabili per la maggior parte dei giovani di estrazione proletaria. Il calcio dovrebbe essere sport per tutti. E’ diventato disciplina d’élite. Riservata ai benestanti e ai ricchi di famiglia. Si è disarticolato l’architrave del movimento calcistico italiano: la capillare formazione dal basso degli aspiranti calciatori. Poche le eccezioni, l’Atalanta, il Genoa, la Roma. La scuola ha perduto maestri ed allievi insieme. Baggio Del Piero, Totti, Mancini, Pirlo, Cannavaro, Buffon e tanti campioni del passato restano consegnati agli annali. C’è una ragione precisa, non un accidente del destino. Non si sa o non si vuole far crescere i talenti nostrani.
Il vertice dell’organizzazione calcistica, la Federazione e le varie Leghe, hanno assistito indifferenti o complici alla degenerazione del sistema, blaterando all’infinito di riforme strutturali mai portate a termine, affondate dall’opposizione ottusa dei dirigenti di club che avrebbero avuto il dovere di favorirle in nome dell’interesse comune. Le beghe di cortile hanno prevalso sui disegni generali. Gli egoismi di bandiera hanno soffocato i progetti di largo respiro. Si è andati avanti con idee antiche e mentalità ristrette mentre attorno a noi il mondo correva.
La ricerca ossessiva del denaro inseguita dai dirigenti dei club professionistici attingendo al pozzo di san Patrizio delle tv a pagamento ha sortito l’effetto opposto a quello immaginato: ha impoverito le società e dunque le leghe, anziché rafforzare le une e le altre. La serie A si trascina con il fardello di 5 miliardi di debiti, non ci fosse di mezzo il dio pallone – in Italia immortale e intoccabile per definizione – avrebbe già portato i libri in tribunale.
In questo quadro di disfacimento l’avvento dei fondi di investimento alla guida dei club ha progressivamente distrutto il tessuto sentimentale di uno sport che per oltre un secolo ha riunito gli italiani sotto la medesima bandiera, quella azzurra, fatto più unico che raro in un Paese parcellizzato e diviso storicamente. Terminata l’era dei presidenti mecenati (Moratti, Berlusconi, Mantovani, Agnelli ecc) che accoppiavano la passione sportiva all’interesse mercantile, senza però mai sacrificare la prima alla seconda, si è passati nelle mani di investitori stranieri, digiuni di calcio e ignari delle sue dinamiche interne. Convinti che il valore del denaro avrebbe fatto premio sull’incompetenza e persino sulla loro arroganza di manager della finanza. Gli esempi dei numerosi fallimenti certificano questo errore di prospettiva. Non smentito dai rari successi, tipo il Como dei miliardari indonesiani Hartono.
Un tempo si giocava per vincere e poi, eventualmente guadagnare in termini di prestigio, collocazione socio-politica e vantaggio imprenditoriale privato; oggi si gioca esclusivamente per far fruttare nel più breve tempo possibile l’investimento effettuato e quindi vendere l’asset (non importa a chi, non importa con quali garanzie) e passare ad altro. Business allo stato puro. In compenso l’Italia che dovrebbe ospitare con la Turchia gli Europei del 2032, ha stadi da terzo mondo, molti sono il lascito degli impianti costruiti con criteri antidiluviani (e costati duemila miliardi delle vecchie lire) per il Mondiale del ’90.
Le sacrosante dimissioni di Gravina e di tutto il cucuzzaro sono l’inevitabile epilogo di una deriva condivisa e assecondata da tutte le componenti del nostro calcio. Gravina fu eletto col 97,2% dei voti nel 2018 dopo il fallimento Tavecchio e il commissariamento di Fabbricini, rieletto nel 2021 col 73,45% e riconfermato nel 2025 con un plebiscito (quasi il 99% dei consensi). Non si può dire che l’ormai ex presidente fosse una mosca caduta in un barattolo di aceto. Il calcio italiano lo aveva scelto e appoggiato, dunque dovrebbe risponderne in tutte le sue componenti. Nel 2023 Gravina era stato pure eletto vicepresidente esecutivo dell’Uefa, il massimo organismo calcistico europeo. Tutto si tiene.
Qualcosa non torna, che ne dite? Sarebbe saggio chiedersi perché la politica in senso lato ha sempre e costantemente dominato il pianeta calcio, nonostante la personalità alternatesi al vertice del pallone si siano via via mostrate più insipienti: da Franchi a Sordillo, da Nizzola a Petrucci, poi Abete, Tavecchio ed ora eccoci rotolati a Gravina. Altra domanda. Perché monumenti come Rivera, Baggio, Maldini hanno sempre trovato porte sbarrate ai vari livelli della leadership del pallone? Forse perché le loro idee “eretiche” non collimavano con il vangelo corrente che ha infine prodotto i bei risultati che vediamo. La Gazzetta dello sport ha appena dato notizia che Roberto Baggio aveva a prodotto uno studio ponderosissimo di 900 pagine, redatto da 50 esperti, nel quale indicava come incidere nettamente nelle regole del movimento calcistico. In Federcalcio non lo avevano neppure letto. Si parlava fra l’altro delle scuole federali e della necessità d tornare ad insegnare ai giovani le tecniche calcistiche anziché, come purtroppo avviene, strizzar loro i cervelli imponendo fin da bambini di imparare la tattica.
Se non sai calciare il pallone, cosa serve fare la diagonale correttamente?
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