Le critiche sull’Ecce Homo svelano il volto dei ragionieri dell’arte: danno un prezzo a tutto, ma non capiscono il valore di niente
C’è sempre un piccolo esercito di anime grigie che, davanti alla grandezza, reagisce nello stesso modo: tira fuori la calcolatrice. È successo anche per l’Ecce Homo di Antonello da Messina. Invece di vedere il ritorno in Italia di un capolavoro assoluto, qualcuno ha pensato bene di fare i conti “al centimetro”, come se un’opera del Quattrocento fosse un pezzo di arredamento o merce da scaffale. È il riflesso condizionato dei ragionieri dell’arte: quelli che danno un prezzo a tutto e non capiscono il valore di niente.
La grandezza dell’Ecce Homo non si misura in centimetri
Eppure basta guardarlo, quel dipinto, per capire quanto sia meschina una simile obiezione. La grandezza dell’Ecce Homo non si misura in centimetri. Si misura nella forza dello sguardo, nell’intensità della sofferenza, nella perfezione della pittura, nella capacità di Antonello di racchiudere in uno spazio contenuto una potenza spirituale immensa. È questo che distingue un capolavoro da un oggetto qualsiasi: la sua misura non è materiale, è storica, artistica, civile.
La cultura come forma alta di interesse nazionale
Per questo l’acquisto voluto dallo Stato italiano va ben oltre la pur rilevante operazione culturale. È un atto politico nel senso più alto. Dice che questo Governo ha scelto di considerare la cultura non come una spesa da difendere con imbarazzo, ma come una forma alta dell’interesse nazionale. Dice che il patrimonio italiano non è un soprammobile della Repubblica, ma una delle sue colonne portanti.
Il ministro Alessandro Giuli, anche su questo, ha avuto chiarezza e coraggio. Ha capito che riportare in Italia un’opera così significa riaffermare un principio semplice: i grandi tesori della nostra civiltà non sono neutri, non sono indifferenti, non sono intercambiabili. Sono parte di ciò che siamo. Sono memoria, identità, continuità storica. Sono Italia.
La bellezza appartiene alla Nazione
Ed è proprio per questo che la scelta di portare l’Ecce Homo in giro per il Paese è non solo intelligente, ma bellissima. Perché la bellezza italiana non si sequestra: si condivide. Non si rinchiude: si offre. Non appartiene a pochi: appartiene a una Nazione. Far viaggiare questo capolavoro significa restituirlo davvero agli italiani, uno sguardo alla volta, una città alla volta, una comunità alla volta.
È una scelta che parla al cuore profondo del nostro Paese. L’Italia non è grande malgrado i suoi ottomila campanili. È grande proprio per questo: per la ricchezza dei suoi territori, per la pluralità delle sue storie, per la varietà delle sue tradizioni, per quella infinita fioritura di dialetti, cucine, pietre, paesaggi e forme d’arte che fanno della nostra diversità una civiltà comune. Portare l’Ecce Homo lungo questa geografia dell’anima significa affermare che il patrimonio culturale è il linguaggio con cui l’Italia continua a riconoscersi.
Una risposta politica a quelli che danno un prezzo a tutto e valore a niente
Alla fine, il punto è tutto qui. Da una parte ci sono quelli che riducono tutto a un numeretto, a un tariffario, a una contabilità senz’anima. Dall’altra c’è un’idea di Stato che sa riconoscere la grandezza e sa investirvi senza complessi. È la differenza tra chi amministra la cultura come un fastidio e chi la considera una forma di sovranità.
L’Ecce Homo non è soltanto tornato a casa. È tornato a ricordare che una Nazione vive anche della coscienza del proprio splendore. E che un Governo degno di questo nome ha il dovere di custodirlo, difenderlo e rimetterlo in cammino.
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