“Ascolto, psicologi e regole condivise per fermare la violenza prima che esploda”: la ricetta dei presidi contro il disagio degli studenti
Ascolto. Dialogo costante con le famiglie. Psicologi per gli insegnanti e per gli alunni. Docenti formati per fare da educatori di strada nelle classi dove si manifesta un disagio. Campagne informative sulle norme con l’aiuto delle forze dell’ordine ma anche regolamenti d’istituto veramente condivisi. È questa la “ricetta” che alcuni tra i presidi più “virtuosi” d’Italia mettono in campo per affrontare la questione del disagio giovanile prima che si arrivi a episodi come quello di Trescore Balneario dove un ragazzino italiano di 13 anni ha accoltellato la professoressa 57enne di francese. Nessuno dei dirigenti scolastici che abbiamo sentito pretende di avere la bacchetta magica, ma tutti sono persuasi che non serva assolutamente perquisire, punire, controllare. Inutili anche i protocolli spesso imposti dagli uffici scolastici territoriali, dove siedono topi d’ufficio che non entrano da tempo in un’aula.
Chi sta ogni giorno tra i ragazzi in zone difficili del Paese è stato costretto in questi anni a mettersi in discussione e i risultati non sono cambiati: “Dopo il Covid – ci racconta la preside Vania Lato, a capo dell’istituto comprensivo “Vico De Carolis” a Taranto – abbiamo mantenuto la presenza dello psicologo. Grazie ad alcuni progetti abbiamo a disposizione un pacchetto di ore e molti insegnanti chiedono consulenza per affrontare i problemi che nascono in classe. Inoltre, in questi anni uno dei nostri docenti è stato formato per intervenire “a chiamata” qualora si presentino delle situazioni di disagio o difficoltà in un gruppo. È una sorta di educativa di strada fatta tra i corridoi della nostra scuola”.
Non solo. Vania Lato aggiunge un altro prezioso tassello: “Quando sono arrivata in questa scuola gli atti di vandalismo erano frequenti. Abbiamo rivisto e rimaneggiato il regolamento disciplinare; oggi è davvero conosciuto e condiviso da tutti. Bisogna lavorare sulla prevenzione, l’ascolto, il riconoscimento dei bisogni e rendere note le regole”.
Ad avere grande esperienza di scuole “complesse” è anche Stefania Collicelli, oggi dirigente del liceo “Vittorio Emanuele” a Napoli, ma fino a pochi anni fa al comprensivo “Durante” del quartiere Forcella: “Nulla accade mai all’improvviso. Un atto come quello del ragazzo di Trescore non avviene a caso. Vi sono sempre dei segnali premonitori. Negli istituti dove ho lavorato ho sempre puntato molto sull’ascolto e il dialogo con i ragazzi e i genitori. A Roma, in una realtà dove sono stata, era servita anche l’educativa territoriale: i ragazzi non si devono mai sentire soli, abbandonati”. Salvatore Giuliano, dirigente del “Majorana” a Brindisi, ex sottosegretario in viale Trastevere, ha due parole d’ordine: “Formazione e informazione”. Nel biennio del suo istituto funziona mettere in campo una campagna di prevenzione con incontri della Polizia. “I ragazzi devono capire che ciò che fanno in chat o il girare con un’arma bianca è un reato”.
A Firenze, invece, il preside del “Marco Polo” (1.500 studenti) è convinto che serva tenere la porta aperta: “Io e i miei insegnanti dobbiamo sempre essere pronti a entrare in aula a parlare con i ragazzi”. Arte è ancora uno di quei dirigenti che non si è chiuso in ufficio tra le scartoffie ma che ama affrontare le sfide che pongono gli adolescenti, consapevole che la sua figura deve essere un punto di riferimento: “A questo – aggiunge – dobbiamo unire la presenza degli psicologi e una seria attività di formazione per i giovani e per gli adulti, lavorando sul conflitto e sulla diversità per evitare intolleranza e aggressioni”.
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