Giornalisti in sciopero per il rinnovo del contratto di lavoro: in gioco c’è la qualità dell’informazione
Care lettrici e cari lettori,
oggi le giornaliste e i giornalisti italiani sono in sciopero per chiedere il rinnovo del contratto collettivo di lavoro, che è scaduto da un decennio. Il potere d’acquisto degli stipendi, considerando l’inflazione, è crollato del 20%. Gli editori, che nel frattempo hanno approfittato degli aiuti pubblici per per prepensionare migliaia di lavoratori, rifiutano di riconoscere aumenti salariali congrui e anzi chiedono “regole più flessibili per favorire l’assunzione di giovani”: in concreto vogliono pagarli ancora meno.
La trattativa tra la Federazione italiana editori (Fieg, di cui Seif non fa parte) e la Fnsi, sindacato unitario dei giornalisti, non riguarda solo la nostra categoria ma tutte le cittadine e i cittadini, perché giornalisti precari e sottopagati, spesso privi di tutela dalle querele temerarie di politici e aziende, sono meno liberi. In gioco c’è quindi la qualità dell’informazione e il vostro diritto di conoscere notizie e retroscena che chi è al potere vorrebbe tacervi.
Se sabato 28 non ci troverete in edicola (e in pdf) e il sito non verrà aggiornato nella giornata di venerdì 27 sarà per la protesta dei suoi cronisti.
I cdr del Fatto e del fattoquotidiano.it
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COMUNICATO SINDACALE DELLA FNSI
Oggi le giornaliste e i giornalisti tornano a scioperare per il rinnovo del contratto di lavoro, scaduto da dieci anni, unica categoria di lavoratori dipendenti in Italia. Questa è la seconda giornata di sciopero di un pacchetto di cinque, la terza è già proclamata per il 16 aprile.
Avere un contratto rinnovato non è un privilegio. Essere pagati in modo dignitoso, dentro e fuori le redazioni, non è un privilegio. Lavorare senza precarietà permanente non è un privilegio. Fare informazione libera, professionale e indipendente, senza ricatti economici, è un diritto. Garantire condizioni dignitose per chi lavora, per chi entra nella professione e per chi ne esce è un obbligo. Assicurare un futuro all’informazione, bene comune tutelato dalla Costituzione, dall’articolo 21 intimamente connesso all’articolo 36, è un dovere sociale.
Gli editori, al contrario, preferiscono scaricare i costi del lavoro sulla collettività. I numeri parlano chiaro: tra il 2024 e il 2026 hanno ricevuto 162 milioni di euro di contributi pubblici per le copie cartacee vendute; nello stesso biennio altri 66 milioni per 1.012 prepensionamenti; tra il 2022 e il 2025 hanno risparmiato circa 154 milioni sull’acquisto della carta, tra il 2024 e il 2026 avranno altri 17,5 milioni per investimenti in tecnologie innovative.
Questi sono privilegi per pochissimi e per di più a carico di tutti gli italiani.
Dal 1° aprile 2016, scadenza dell’ultimo contratto, è cambiato tutto: carichi e ritmi di lavoro aumentati a dismisura, prestazioni su multipiattaforma, redazioni quasi fantasma. Le retribuzioni invece sono rimaste ferme, ulteriormente erose dall’inflazione o addirittura ridotte da forfettizzazioni selvagge.
Riconoscere la dignità del lavoro è il punto di partenza per un confronto serio. Invece viene descritto come un eccesso. È una narrazione sbagliata e pericolosa, che mina dalle fondamenta il lavoro e la qualità dell’informazione. Senza diritti e tutele, il giornalismo muore. E con esso la democrazia.
Questo sciopero non difende privilegi. Difende un principio semplice, un diritto: il nostro lavoro vale.
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