Gli Usa preparano lo sbarco a Kharg: la mossa di Trump che può dare una svolta alla guerra
I timidi segnali di distensione diplomatica tra Usa e Iran non spostano di un miglio il previsto schieramento di Marines che il Pentagono sta effettuando per un possibile intervento sulla strategica isola di Kharg. Se sbarco sarà, i paracadutisti e i reparti delle forze speciali che si stanno preparando alle operazioni avranno l’occasione di agire nelle modalità per le quali si stanno esercitando da tempo, e che sono nate dopo le esperienze in Iraq e Afghanistan.
Dalle azioni dei bombardieri a bassa osservabilità radar (modalità Stand-in), alle operazioni di artiglieria che si sposta rapidamente, dette «shoot and scoot», fino alle Multi-Domain Operations (Mdo), il concetto strategico prevede il coordinamento simultaneo di operazioni attraverso i cinque domini di terra, mare, aria, cyber, intelligence e spazio. E non aiuterà certo la pace quanto ha deciso il premier iracheno Mohammed al-Sudani dopo il raid attribuito agli Usa che ha ucciso 15 combattenti delle Forze di Mobilitazione Popolare, ovvero che lascerà agire le milizie filo-iraniane.
I possibili scenari bellici
Sappiamo che una eventuale conquista di Kharg da parte degli Usa porterebbe a un grave impoverimento dell’Iran, ma trascinerebbe l’amministrazione del Tycoon a dover giustificare all’opinione pubblica americana un numero crescente di perdite, stimabile in almeno un centinaio. Del resto, Kharg è situata a soli 25 km dalla terraferma, una distanza che non mette al sicuro da attacchi missilistici provenienti dall’Iran. Vero è che la scorsa settimana diversi attacchi avevano già distrutto alcuni bunker posti a difesa dell’isola, mentre è confermato che la nave Uss Tripoli, scortata da una coppia di cacciatorpediniere classe Burke, abbia lasciato il Pacifico, e sia in navigazione verso il Golfo. A bordo, appunto, la Trentunesima unità dei Marines (31° Meu). Per conquistare Kharg, sarà quindi fondamentale sparare da lunga distanza e con precisione, ovvero utilizzare missili da crociera, Himars imbarcati e droni, invece che i cannoni delle navi.
Potrebbe anche essere la battaglia nella quale saranno utilizzate le munizioni orbitanti da parte della fanteria, così come i sistemi anti-droni tipo Madis. Ovvero tutto ciò che userebbero in uno scenario come quello del Pacifico nel caso di un conflitto a difesa di Taiwan contro la Cina. Altri 2.000 Marines, quelli della 11° Meu, sono in arrivo da San Diego con la nave di classe Wasp (anche porta elicotteri) Uss Boxer, unità in grado di essere base per operazioni anche a medio raggio. E se in questi ultimi giorni vengono annunciati spiragli di diplomazia, è altrettanto vero che tali iniziative possono avere lo scopo di consentire alle forze di schierarsi nel migliore dei modi.
I rapporti diplomatici in Medio Oriente
Una delle possibilità da attuare per proteggere le truppe e i convogli navali, sarebbe quella di chiedere all’Oman il permesso di occupare la penisola di Musandam, quindi qualora arrivasse l’ordine di conquistare l’isola, che rappresenta il principale terminale petrolifero iraniano, è probabile che la prima terra della Repubblica Islamica a essere aggredita siano le isole di Qeshm ed Hengam, situate lungo lo stretto di Hormuz, già colpite nei giorni scorsi e proprio davanti alla penisola che rappresenta l’estremo lembo di terra a chiusura dello Stretto. Tuttavia, Musandam confina con Dubai, e dista soltanto 90 chilometri da località turistiche molto frequentate, come Al Hamra e Ras Al Khaimah, dunque diverrebbe essa stessa bersaglio degli iraniani.
Ma la posizione omanita non è del tutto pro Stati Uniti: la scorsa settimana il ministro degli Esteri di Muscat aveva affermato che gli Stati Uniti hanno «perso il controllo della propria politica estera», accusando Israele di aver convinto Washington ad attaccare e definendo il conflitto un «grave errore di valutazione». Il successo di qualsiasi operazione dipenderà certamente da quanto potrà restare al sicuro la sponda sud dello Stretto, e questa da quanto pronte saranno le difese antiaeree di Bubai e dell’Oman, e dalla possibilità di armare nuove località strategiche perché in vista delle rotte delle petroliere, come la cittadina emiratina di Harf Ghabi.