Santanchè e l’ultimatum di Meloni ignorato: la resistenza della ministra manda in tilt Palazzo Chigi
Asserragliata al ministero, senza alcuna intenzione di smontare le tende. Nemmeno per “sensibilità istituzionale”. Del resto, dopo aver letto la nota di Palazzo Chigi che auspicava le sue dimissioni seguendo le orme di Andrea Delmastro e Giusi Bartolozzi, si sarebbe lasciata andare: “Io non ho alcuna sensibilità”, la frase al veleno consegnata ai suoi secondo Il Giornale. Dopo essere stata difesa per anni, Daniela Santanchè non ha alcuna intenzione di seguire l’ultimatum di Giorgia Meloni nascosto dietro il linguaggio felpato, dovuto e istituzionale, di Palazzo Chigi. Mentre questo articolo va online sono passate ormai oltre 16 ore da quando lo scontro è diventato pubblico, ufficiale. Un’eternità. Ma lei, la ministra, non capisce perché le viene chiesto di lasciare ora, senza scadenze giudiziarie a breve termine e in una situazione già pubblica: indagata e imputata per le vicende legate alla truffa all’Inps e al crac delle sue società. E quindi, avanti con la resistenza.
Aveva iniziato già martedì pomeriggio, rifiutando l’invito dei vertici del suo partito. Quindi ha detto no al presidente del Senato Ignazio La Russa, il suo padrino politico incaricato dalla presidente del Consiglio di trattare la resa. Ha rigettato il passo indietro anche in una telefonata con la premier. Quindi è partita la provocazione, confermando la sua agenda pubblica nei prossimi giorni. È così che ha mandato in tilt Meloni, gettando un guanto di sfida che ha mandato su tutte le furie Palazzo Chigi. La reazione è stata irrituale, inedita, scomposta: una nota per auspicare le dimissioni.
È una mossa profonda, di lungo periodo, oppure un fallo di reazione alla resistenza di Santanchè che rischia di diventare un boomerang? Perché a questo punto la leader è politicamente nuda e presta il fianco agli attacchi delle opposizioni. Che infatti bombardano subito: il fuoco della questione politica non è più la ministra, ma la presidente del Consiglio. La sintesi la offre Matteo Renzi: “Come si fa a credere che la premier sia forte se non riesce a farsi ascoltare dai suoi?”. Giuseppe Conte affonda: “Fatica a farla dimettere, indecoroso”. Le dimissioni “tre per uno” chieste dopo la batosta del referendum per evitare il logorio rischiano di diventare una via crucis. Perché passa la serata, la notte, la mattina di mercoledì: Santanchè è sempre lì. Lavora al ministero, non molla e rende politicamente superfluo come finirà. Anche se arrivasse il passo indietro nel pomeriggio o nei prossimi giorni, il danno provocato è ben visibile: a Meloni si può tenere testa.
“Come tutti i ministri seguirà le indicazioni del presidente del Consiglio”, si limita a dire Lucio Malan, capogruppo di FdI al Senato. Ma ormai fuori tempo massimo: la leadership è scalfita. E quando arriverà il momento di lasciare il palazzo di via di Villa Ada – da sé o con una mozione di sfiducia in Aula – la partita potrebbe non essere finita. Perché le spire della Pitonessa ferita, una vita in Fratelli d’Italia e al fianco di La Russa, possono essere dolorose se dovesse decidere di attaccare la preda, quell’altra metà di Fratelli d’Italia che sono sempre più fratelli coltelli.
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