Trapianti di rene da vivente: il San Matteo è un’eccellenza
PAVIA. «Con alcuni di loro io mi sento quasi parente». È con queste parole che Massimo Abelli, responsabile dell'Unità trapianti addominali del San Matteo, sintetizza il rapporto che si crea tra i medici e le coppie che, negli anni, si sono sottoposte al trapianto di rene da vivente. Al policlinico - un riferimento regionale in quest'ambito - questo intervento si esegue dal 2009 e (a dispetto del pregiudizio di alcuni) è il modo migliore per liberare i pazienti con insufficienza renale e i loro familiari dalla schiavitù della dialisi, terapia necessaria per sopperire ai malfunzionamenti dei reni, seppur invasiva e debilitante.
Dei circa 750 trapianti di rene eseguiti finora al San Matteo, una novantina quelli resi possibili dalla generosità di donatori viventi: persone che al timore della sala operatoria hanno anteposto l'amore per il proprio fratello o sorella, marito o moglie, per un congiunto cui ridare speranza. «Il trapianto da vivente è l'opzione terapeutica migliore che si può dare a un paziente con insufficienza renale, e che non crea nessun deficit al donatore» afferma Elena Ticozzelli, chirurga dell’equipe trapianti addominali: i due esperti raccontano il loro lavoro in occasione della Giornata mondiale del rene, dedicata alla prevenzione nefrologica che ricorre giovedì. In occasione di questo appuntamento, San Matteo e Asst hanno messo in campo diverse iniziative di prevenzione che cominciano oggi e termineranno il 16 marzo (calendario completo sul sito di questo giornale). «Chi si sottopone all’intervento viene “studiato” con scrupolosi accertamenti che possono durare anche mesi, necessari a garantire sicurezza e idoneità della coppia donatore-ricevente» aggiunge Ticozzelli.
Taglio alle liste d’attesa
Tra i vantaggi non secondari che riguardano la donazione da vivente c’è l’abbattimento dei tempi d’attesa: oggi i pazienti con malattie renali aspettano circa 4 anni prima di ricevere l’organo da donatore deceduto, lasso di tempo spesso caratterizzato da un peggioramento della qualità della vita perché la dialisi impone (di solito) sedute da molte ore ripetute più volte nel corso della settimana. Oltre alle ricadute sulla salute, il trattamento limita la possibilità di allontanarsi per più giorni dal proprio centro di riferimento, come nel caso delle ferie. Ed è anche per questo che, negli ultimi anni, la pratica della donazione da vivente si sta affermando come uno standard per la cura dell’insufficienza renale. Gli operatori che si occupano di questa pratica sono da tempo impegnati a diffondere cultura della donazione, sgombrando il campo dalle dicerie che ancora la affliggono: «Spesso i timori maggiori riguardano i riceventi, che temono un danno per i congiunti che si offrono di donare – prosegue Abelli – noi cerchiamo di spiegare che, per quanto nessun intervento sia privo di rischi, il lavoro preparatorio che si fa nei mesi precedenti serve ad assicurare la compatibilità tra coppie e la buona riuscita dell’operazione. Per dare un’idea del rigore, basti pensare che su 25 coppie solo cinque o sei ottengono l’eventuale idoneità al trapianto».
Sembra che gli sforzi di sensibilizzazione in materia stiano dando i loro frutti: «Registriamo un aumento delle donazioni – conclude Ticozzelli –. I vantaggi di questa operazione sono molti, ed è per questo che la comunità scientifica la promuove ormai da tempo: l’organo non subisce stress perché l’espianto è contestuale al trapianto, mentre il donatore ha tempi di recupero rapidi e una qualità di vita che non pregiudica la possibilità di fare sport, o di vivere le proprie giornate con pienezza».