Stretto di Hormuz sbarrato: quali sono le conseguenze per l’Italia e per l’economia europea
“Lo stretto di Hormuz è chiuso. Se qualcuno tenterà di passare, gli eroi delle Guardie Rivoluzionarie e della marina regolare incendieranno quelle navi”. Con queste parole Ebrahim Jabari, consigliere senior del comandante in capo delle Guardie della Rivoluzione, ha formalizzato la decisione iraniana di bloccare il principale snodo energetico mondiale.
Lo stretto di Hormuz è chiuso
La mossa segue gli attacchi statunitensi e israeliani di sabato 28 febbraio contro i palazzi del potere degli ayatollah fa salire la tensione nell’area e non solo. Per la prima volta Teheran non si limita alla deterrenza verbale ma annuncia l’uso della forza contro il traffico commerciale. La Quinta Flotta americana, di base in Bahrein, è incaricata di garantire la sicurezza marittima, ma un eventuale confronto diretto nel corridoio largo appena 33 chilometri, di cui appena 3 percorribili, avrebbe implicazioni militari immediate.
Attraverso Hormuz transita circa il 20% del consumo mondiale di petrolio, oltre 20 milioni di barili al giorno tra greggio, condensati e carburanti. Qatar esporta quasi tutto il proprio GNL da quel passaggio. Arabia Saudita, Emirati Arabi Uniti, Kuwait, Iraq e Iran dipendono in larga misura da quella rotta per raggiungere l’Asia, oggi primo mercato dell’OPEC.
Escalation regionale e precedenti storici
La chiusura arriva dopo che l’Iran ha lanciato missili contro Paesi del Golfo che ospitano infrastrutture militari statunitensi – Qatar, Kuwait, Bahrein – e contro Emirati Arabi Uniti, Arabia Saudita e Oman. È la risposta a un’operazione che, per Washington, mirava ed eliminare le minacce strategiche; secondo Teheran, a destabilizzare la leadership del Paese.
Non è la prima volta che Hormuz diventa leva strategica. Durante la guerra Iran-Iraq degli anni Ottanta, la cosiddetta guerra delle petroliere mise in discussione la libertà di navigazione. Nel 2012 l’Iran minacciò il blocco in risposta alle sanzioni occidentali. Più di recente, sequestri di navi e attacchi mirati hanno alimentato una tensione permanente. Oggi però il contesto è diverso: l’Asia è il principale acquirente di greggio mediorientale, mentre gli Stati Uniti sono diventati esportatori netti.
Mercati sotto pressione, manovre di potenza
Il Brent del Mare del Nord, riferimento per il mercato europeo, è passato in pochi giorni da 60 a quasi 80 dollari al barile. Gli analisti ipotizzano un avvicinamento ai 100 dollari se il blocco dovesse protrarsi. Anche il gas europeo ha registrato un balzo superiore al 25%. I produttori del Golfo hanno annunciato un aumento dell’offerta pari allo 0,3% della domanda globale, ma senza accesso al choke point la misura rischia di restare teorica.
Mosca osserva e si muove. Vladimir Putin ha parlato con Mohammed bin Salman, con l’emiro del Qatar Tamim bin Hamad Al-Thani, con Mohammed bin Zayed Al-Nahyan e con il re del Bahrein Hamad bin Isa Al-Khalifa. La Russia non può incrementare rapidamente la produzione, ma dispone di una flotta di petroliere con volumi significativi già in mare. Il Cremlino lascia, dunque, intendere che un allentamento delle restrizioni sulle esportazioni russe potrebbe contribuire a stabilizzare i prezzi.
Le Borse riflettono questa redistribuzione dei rischi: listino di Mosca in rialzo, flessioni nelle piazze europee energivore, progressi più contenuti per altri produttori come Brasile e Canada.
L’impatto sull’Italia
Sul piano delle forniture, il sistema italiano appare meno esposto di altri partner europei. «L’approvvigionamento di petrolio è ormai globale e molto diversificato — spiega Gianni Murano, presidente di Unem, al Corriere della Sera— e l’Italia importa da circa 40 Paesi e solo in minima parte attraverso lo Stretto di Hormuz. Molto dipende dalla durata del conflitto ma non ci sono segnali al momento di rischi sulle forniture. L’Italia è autosufficiente per benzina e gasolio».
Diverso il discorso sui prezzi. «I prezzi alla pompa — risponde ancora Murano — non potranno non risentire delle quotazioni internazionali del greggio, che hanno già visto scattare i primi aumenti nel weekend». Per il gas, Federico Bevilacqua, presidente Assium, avverte: «Sì», soprattutto per i contratti variabili, che rappresentano circa un quarto del totale. Anche sull’elettricità pesa l’effetto gas. «Il Pun è salito da 107 a 125 euro al megawattora tra venerdì scorso e oggi», osserva anche Marco Vignola dell’Unione nazionale consumatori.
Il governo intanto ha riunito il tavolo export con il viceministro Antonio Tajani e il ministro Gilberto Pichetto per valutare misure di contenimento. «Le nostre imprese rischiano di pagare un alto prezzo alla ingiustificata e sconsiderata reazione iraniana», ha detto il titolare della Farnesina. La durata del blocco sarà decisiva. Per ora i mercati scontano un conflitto circoscritto. Se le armi continueranno a parlare nel Golfo, la geografia dell’energia potrebbe ridisegnarsi ancora una volta.
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